La diplomazia delle parole tra Roma, Bruxelles e Mosca
Le frasi dell’ammiraglio Cavo Dragone sull’“attacco preventivo” agitano il governo e la NATO. Meloni, dal Bahrain, invita a pesare ogni sillaba, mentre Tajani difende il capo di Stato maggiore: “Nessuna deviazione dai principi dell’Alleanza”. Sullo sfondo, resta il nodo delle forniture militari a Kiev e le tensioni interne con la Lega.
Ci sono momenti nella vita politica in cui non è tanto ciò che si decide a creare onde, ma ciò che si dice. O, più precisamente, come lo si dice. L’Italia si trova in una di quelle fasi delicate in cui la parola è più esplosiva del gesto, e un’intervista può pesare quanto un vertice internazionale. Da qui il richiamo alla prudenza lanciato da Giorgia Meloni dal Bahrain, un richiamo che suona come un avvertimento: attenzione, perché il mondo brucia e ogni frase può diventare miccia.
L’intervista dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone al Financial Times, con quel riferimento all’“attacco preventivo” contro le minacce russe, ha scosso più di un equilibrio. A Palazzo Chigi, dicono, si è percepito l’imbarazzo. Non tanto per una divergenza strategica — nessuno a Roma immagina la NATO fuori dal perimetro difensivo — quanto per la consapevolezza che, nella fase in cui tutto si infiamma, ogni espressione può essere letta fuori contesto, gonfiata, reinterpretata, usata come munizione nei giochi di propaganda.
Meloni tenta dunque di ricomporre: sposta l’asse semantico dell’intervista dal piano militare a quello cyber, ricorda che la NATO è “un’alleanza difensiva”, invita a non surriscaldare gli animi. È un esercizio di equilibrismo: non sconfessare l’ammiraglio, ma nemmeno lasciar passare l’idea che l’Italia possa ventilare scenari aggressivi.
Cavo Dragone, da parte sua, torna sull’argomento con una certa diplomazia di rientro. Chiarisce, spiega, smonta l’equivoco: quando parlava di “attacco preventivo”, intendeva — dice — la capacità di contrastare minacce ibride, non colpi militari. Una postura assertiva, sì, ma dentro la cornice difensiva dell’Alleanza. È un gioco sottile, perché nella guerra ibrida i confini fra offesa e difesa diventano meno nitidi, e la semantica rischia di diventare un campo minato.
A Bruxelles, Antonio Tajani gli offre copertura. Dice di aver interpretato bene quelle parole, senza dietrologie né allarmismi, e anzi rivendica una lettura funzionale: nella guerra ibrida, anche la prevenzione è difesa. Tajani compie così un gesto doppio: tutela l’ammiraglio, e tutela il messaggio politico di stabilità dell’Italia nella NATO.
Ma la vicenda si inserisce in un quadro più vasto, dove la diplomazia linguistica si intreccia con la politica interna. Perché sullo sfondo si muove il decreto di proroga agli aiuti militari per Kiev, un provvedimento che il Carroccio guarda con crescente freddezza. Meloni ribadisce che verrà fatto “entro fine anno”, minimizza le tensioni, assicura che i Consigli dei ministri disponibili non mancano. Eppure, la crepa c’è: la questione ucraina continua a essere il punto più sensibile dell’asse FdI-Lega, dove la realpolitik prevale in un caso, l’ambiguità elettorale nell’altro.
Il risultato è un quadro in cui ogni parola pesa più del previsto. La NATO calibra i toni. L’Italia calibra le reazioni. L’Europa osserva, temendo qualsiasi segnale che Roma possa essere divisa sulla postura atlantica.
In fondo, lo scontro non riguarda un’intervista: riguarda il linguaggio stesso del tempo che viviamo. Una stagione in cui le democrazie devono imparare a difendersi non solo da droni, hacker o propaganda, ma anche da frasi male interpretate, da toni mal calibrati, da messaggi che rimbalzano nelle capitali e nei social come pietre in uno stagno già agitato.
È la politica dell’era ibrida: si combattono guerre senza dichiararle, si risponde alle minacce prima che diventino armi, e soprattutto si pesa ogni parola sapendo che, nel mondo di oggi, un’intervista può essere più pericolosa di un missile.
E governare, in fondo, significa anche questo: imparare l’arte di parlare senza incendiare.
