C’è sempre un istante, nelle crisi pubbliche, in cui l’immagine si incrina più velocemente dei fatti. L’Europa questa scena la conosce bene: un mattino qualunque, un’email formale, poche righe sobrie che fanno rumore più dei faldoni in mano ai magistrati. Così Federica Mogherini, rettrice del Collegio d’Europa ed ex volto della diplomazia dell’Unione, ha deciso di sfilarsi dalla scena. Non una resa, non ancora almeno, ma un passo indietro che porta con sé il sapore amaro delle stagioni che finiscono non quando lo vogliono i protagonisti, ma quando lo pretende il contesto.
La sua rinuncia arriva al termine di 72 ore incandescenti: perquisizioni all’alba, interrogatori maratoneti, l’immagine di una leader trattenuta davanti alla figlia — fotografia crudele di quanto la giustizia, quando decide di bussare, non faccia distinzioni di rango. Rilasciata senza condizioni, ma sostanzialmente impossibilitata a continuare a dirigere l’istituzione che forma la futura élite diplomatica europea, Mogherini ha scelto la via della dignità formale. «Onore», «fiducia», «correttezza»: parole che tornano nella sua lettera come in un epilogo già scritto.
Eppure, la storia non è solo la storia di una persona. È, più acutamente, il racconto di come l’Europa si guardi allo specchio e fatichi a riconoscersi.
Il cuore dell’inchiesta è un tender: un bando che avrebbe favorito il Collegio grazie – è l’ipotesi – a informazioni anticipate sui criteri. Non una tangente, non un intrigo di camorra istituzionale: bensì l’indizio di un ecosistema dove confini, relazioni, porte socchiuse possono rendere permeabile ciò che dovrebbe essere impermeabile. È sufficiente questo per scatenare una tempesta? Pare di sì, quando in gioco non ci sono solo procedure ma il capitale morale dell’Unione.
La procura europea procede con il gelo dei tempi lunghi: telefoni sequestrati, email analizzate, verbali che «richiederanno tempo». Ma mentre l’inchiesta cammina, la politica corre. Perché il caso Mogherini non si svolge in un laboratorio asettico: vive e respira nelle stanze del Seae, nelle rivalità, nelle memorie dei dossier internazionali, nei rancori mai sopiti. Vive, soprattutto, nelle capitali che guardano Bruxelles con diffidenza e aspettano ogni crepa per trasformarla in voragine.
L’ipotesi di una “talpa”, di una soffiata interna, si fa strada. Si bisbiglia che l’indagine non sia nata da un contenzioso tecnico, ma da un impulso politico nazionale. Non è la prima volta – né sarà l’ultima – che le istituzioni europee vedono un loro alto dirigente finire nel mirino più per ciò che rappresenta che per ciò che ha fatto.
È significativo che tra le prime reazioni ci siano state quelle di Budapest e, dall’altra sponda dell’Atlantico, quelle del vice segretario di Stato americano Landau. Il quale non ha perso occasione per riesumare le antiche critiche alla Mogherini “colpevole” di dialogare con Cuba. È la geopolitica, bellezza: nulla si dimentica, tutto torna utile.
Ma il punto qui non è stabilire se Mogherini sia vittima o responsabile, se abbia agito con trasparenza – come sostiene – o se abbia sbagliato. Il punto è che l’Europa si scopre vulnerabile nelle sue stesse architetture di formazione, quelle che dovrebbero garantire continuità, credibilità, stabilità. Il Collegio d’Europa non è un’università qualsiasi: è un laboratorio politico, una fucina di classi dirigenti, un microclima dove l’idea di Europa viene distillata in diplomi e identità.
Quando questo laboratorio viene esposto alla tempesta, il rischio non è solo reputazionale. È culturale.
L’Europa fatica a difendere i suoi custodi simbolici. Da anni vediamo figure eminenti – commissari, rappresentanti, alti funzionari – travolti da polemiche che spesso, col senno di poi, si sgonfiano. Ma intanto resta il sospetto: che la costruzione europea abbia fondamenta meno solide dei suoi trattati, che le sue élite siano il bersaglio preferito non perché colpevoli ma perché indispensabili.
Il caso Mogherini racconta questo: come basti una scintilla a incendiare un’istituzione. Come l’Europa viva sotto una lente che la ingrandisce e la deforma. E come, soprattutto, in mancanza di una narrativa comune, ogni crepa diventi narrazione ostile.
In queste ore, nei campus di Bruges, Natolin e Tirana, gli studenti continuano a sostenere esami e a discutere di geopolitica. Forse non se ne rendono conto, ma stanno vivendo una lezione in diretta sul funzionamento reale delle istituzioni che studiano: la lezione di una democrazia sovranazionale che, nel momento della prova, mostra insieme la sua forza – la capacità di indagare se stessa – e la sua estrema fragilità.
A volte, nell’Europa di oggi, non si cade per corruzione: si cade per percezione.
E allora il vero interrogativo non è chi prenderà il posto di Federica Mogherini. Ma se il Collegio, e con esso l’Unione, sapranno ancora raccontarsi come un progetto credibile. Perché le democrazie, come gli uomini, vivono non solo di leggi, ma di fiducia. E quella, una volta incrinata, richiede molto più di una lettera di dimissioni per essere ricomposta.
