C’è un dettaglio che colpisce, nell’ultima tappa del viaggio apostolico di Leone XIV in Türkiye e Libano, quasi più della geopolitica che circonda il Levante come una morsa: la scelta del Pontefice di parlare non dall’alto della dottrina, ma dalla soglia della gratitudine. In un Paese abituato al rumore delle crisi, il Papa sceglie il registro più controculturale possibile: la lode. Non la denuncia, non il richiamo politico, non la diagnosi. La lode.
È un gesto che stona con il paesaggio circostante. Alle spalle del palco del “Beirut Waterfront” c’è il mare che porta ancora l’eco dell’esplosione che nel 2020 sventrò il porto; dietro la folla, una capitale ferita da inflazione, instabilità, spopolamento. Accanto ai cedri cantati dalla Scrittura, le ferite della convivenza, l’odore acre della sfiducia. Eppure Leone XIV, con la semplicità dei padri del deserto, chiede ai libanesi di ricominciare proprio da lì: dalla lode che nasce tra le macerie.
È un messaggio antico e nuovissimo. Antico perché affonda in Isaia, che parla di un germoglio che spunta dal tronco ferito. Nuovissimo perché il Libano di oggi vive esattamente quella condizione: non ha bisogno di luci artificiali, ma di riconoscere i piccoli chiarori che resistono alla notte. “Piccole luci”, le chiama il Papa: le scuole cristiane che ancora formano generazioni intere; i preti che non lasciano la loro parrocchia nemmeno quando manca lo stipendio; i laici che fanno carità in un Paese dove la carità è ormai l’ultima forma di welfare.
È questo il punto: Leone XIV non cerca i miracoli, cerca i germogli. Sa che in Medio Oriente non si ricostruisce con annunci solenni, ma con una fedeltà minuta, con la testarda umiltà di chi comincia da un seme. E infatti insiste: la gratitudine non è fuga spirituale, ma è forza trasformativa. “Disarmare i cuori”, dice. Una frase che, in questa terra, suona più audace di qualsiasi strategia diplomatica.
Il Libano, che per secoli è stato laboratorio di pluralismo, oggi rischia di diventare un museo di fratture. E il Papa lo sa. Per questo usa parole che in Europa sarebbero lette come poetiche, ma qui sono politiche: abbattere le corazze delle chiusure etniche, aprire le confessioni religiose all’incontro, sognare un futuro in cui il lupo abiterà con l’agnello. Non è un’infantile utopia biblica, è un programma nazionale. Un’agenda di sopravvivenza.
E c’è un altro gesto simbolico, passato quasi inosservato: il richiamo al Concilio di Nicea, celebrato a İznik, nel cuore della Turchia. Un Papa che ricorda il primo concilio ecumenico proprio mentre visita due Paesi dove i cristiani sono minoranza fragile, afferma qualcosa di potente: l’unità non è un lusso. È la condizione per non scomparire.
Nel suo sguardo al Libano, Leone XIV non fa l’errore frequente degli occidentali: non lo riduce a un Paese “martire”, non lo inchioda alla retorica del dolore. Sottolinea invece una vocazione: essere profezia di pace per tutto il Levante. Non spettatore delle tensioni regionali, ma seme di riconciliazione. E mentre pronuncia quel “Libano, rialzati!”, la folla ascolta come si ascolta un comando antico, che viene da lontano e non da un politico di turno.
In fondo, l’omelia di Beirut non è un discorso. È una grammatica. La grammatica del Vangelo dei piccoli: gratitudine, germogli, lentezza, coraggio. Un linguaggio che il Medio Oriente conosce già, perché lo ha imparato attraverso secoli di resilienza. Il Papa lo ripropone senza idealismi, senza semplificazioni: come una strada possibile, forse l’unica.
E quando, alla fine, ripete le parole di Gesù — “Ti rendo lode, o Padre” — non sembra chiudere un’omelia, ma aprire un cantiere. Il cantiere di un Paese che ha bisogno di ringraziare non per ciò che ha, ma per ciò che può ancora diventare.
In un mondo che misura tutto in equilibri diplomatici, Leone XIV ricorda che la pace, a volte, nasce da una cosa più piccola: uno sguardo che riconosce un germoglio nel deserto. E si ostina a crederci.
