C’è un paradosso che attraversa silenziosamente l’Occidente, come una fessura che si apre nel muro della nostra modernità: la generazione che avrebbe dovuto verificare l’ultima profezia di Nietzsche – la morte di Dio come sigillo della maturità europea – è quella che, invece, sembra ritornare sui propri passi. Come se, dopo aver sondato le profondità del vuoto, scoprisse che il vuoto non basta.

Nietzsche, nel 1882, aveva visto più lontano dei suoi contemporanei. La sua immagine del “Dio morto” non era un proclama ateo, ma un bollettino di crisi: se l’Occidente avesse reciso le sue radici religiose, avrebbero vacillato anche i criteri morali che per secoli avevano sorretto comunità e coscienze. Da allora, la secolarizzazione è avanzata come una marea: chiese svuotate, identità “culturali” che si sfilacciano, un crescente popolo dei “senza religione”.

Eppure, dopo un secolo di ritirata, qualcosa si incrina. La curva della secolarizzazione rallenta, perfino si arresta, e lo fa nel punto più inatteso: tra i giovani.

Non è nostalgia, non è ritorno all’antico. È un moto di domanda.

La pandemia, più che i filosofi, ha insegnato ai ventenni e trentenni del XXI secolo che l’individuo non è un monolite autosufficiente. La solitudine, l’ansia, il futuro sfilacciato hanno riaperto la ferita originaria della creatura che cerca un senso. Le statistiche che arrivano da Stati Uniti, Francia, Svezia, Gran Bretagna raccontano un fatto sorprendente: quando tutto traballa, la fede torna a essere un porto. Non un rifugio ideologico, ma un luogo dove qualcuno ti chiama per nome.

Colpisce, soprattutto, il dato inglese: non solo più giovani in chiesa, ma più giovani che scelgono la fede come scelta consapevole, non come “etichetta”. Una generazione che disprezza i legami di carta cerca invece radici reali. Non l’eredità sociologica, ma l’esperienza viva.

In un’Europa che da decenni aveva archiviato la domanda religiosa come un residuo folklorico, il fatto che migliaia di giovanissimi bussino al fonte battesimale, che proprio la Francia – tra le madri della laicità – veda raddoppiare i battesimi dei ventenni, è un segnale non trascurabile. La fede non torna perché qualcuno la propaganda: torna perché qualcuno la cerca.

In questa storia, i giovani sono il termometro di qualcosa di più grande: la fine del “Cristianesimo di facciata”, quello delle eredità sociologiche, delle appartenenze di default. Non si definiscono cristiani per abitudine, ma perché pregano, leggono la Bibbia, cercano una comunità. Cercano un’esperienza prima di un’etichetta.

E c’è un altro dettaglio, forse il più intrigante: a guidare questa riscossa spirituale sono soprattutto i giovani uomini, categoria che, da decenni, era considerata la più distante dalla dimensione religiosa. Come se la fede, oggi, non fosse più percepita come una struttura rigida ma come una grammatica per abitare l’incertezza.

L’Occidente non sta diventando improvvisamente religioso. Ma sta mostrando che l’idea di Nietzsche – l’impossibilità di fondare la morale senza Dio – non porta automaticamente a un mondo più libero e più giusto. Senza un fondamento, il relativismo si trasforma in ansia; senza comunità, l’individuo si frantuma; senza un senso, le conquiste tecniche restano gusci vuoti.

La sorpresa, allora, non è che Dio “ritorni”. È che non se n’era mai davvero andato. Era nascosto sotto gli strati di un mondo che pensava di poterne fare a meno. E ora, nelle fratture della nostra civiltà, torna a farsi ascoltare.

Nietzsche chiedeva: “Come ci consoleremo, noi assassini di assassini?”

Oggi, in un Occidente che cerca di nuovo una luce, la risposta sembra essere: non con le vecchie certezze, ma con un ritorno lento, umile, sorprendente a ciò che supera l’individuo e lo libera.

Forse, in fondo, aveva ragione Papa Francesco: il Dio cristiano è un Dio delle sorprese. E la sorpresa, oggi, è che le nuove generazioni non vogliono più vivere in un mondo dove tutto è possibile ma nulla è vero. Preferiscono un sentiero, anche esigente, a un deserto senza orizzonti.

Il “quiet revival” di questi anni non è la sconfitta della modernità, ma un suo possibile riscatto. Se i giovani lo stanno intuendo, vale la pena ascoltarli.