L’indagine della Procura di Milano sulla scalata di Mediobanca apre un caso che interpella non solo il mercato, ma la responsabilità pubblica. L’Italia ha bisogno di trasparenza, non di operazioni opache. Perché senza fiducia, nessuna economia può reggersi.

C’è un momento, nella vita pubblica di un Paese, in cui la finanza smette di essere questione per addetti ai lavori e diventa materia civile, etica, politica.

La vicenda della scalata del Monte dei Paschi a Mediobanca — operazione che oggi vede indagati per aggiotaggio personalità di primo piano come Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e l’amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio — sembra aver raggiunto questo punto critico.

Le procure indagano. La politica si divide. Ma al centro resta una domanda che riguarda ogni cittadino: è stato tutelato l’interesse generale o un interesse di parte?

Perché questa non è solo un’inchiesta giudiziaria. È una vicenda che tocca l’essenza della fiducia nelle istituzioni e nella trasparenza dei processi decisionali.

Una vicenda che non può essere derubricata a tecnicismo

L’Opas con cui Mps — banca storicamente sostenuta dallo Stato e ancora oggi partecipata dal Ministero dell’Economia — ha ottenuto il controllo di Mediobanca, non è un’operazione neutra.

Non lo è perché: riguarda un istituto, Mps, che appartiene in buona parte ai contribuenti;riguarda Mediobanca, snodo cruciale della governance finanziaria italiana; riguarda Generali, il più grande gruppo assicurativo del Paese; e riguarda il golden power, cioè il potere del Governo di intervenire su operazioni strategiche. Tessere di uno stesso mosaico che non può essere lasciato nell’ombra.

Il ruolo del Governo: chiarire è un dovere, non una concessione

Le opposizioni chiedono spiegazioni.

Elly Schlein parla di “ruolo opaco del Governo e del Mef”.

Il Movimento 5 Stelle denuncia “piani politico-finanziari non trasparenti”.

L’Unione Europea apre una procedura d’infrazione per uso selettivo del golden power.

Di fronte a questo scenario, non bastano comunicati in cui si dice che “tutto è stato fatto secondo le regole”.

Quando una banca pubblica agisce come protagonista di una scalata che ridisegna gli equilibri della finanza italiana, il Governo ha il dovere democratico di spiegare: come sono state prese le decisioni; perché è stato usato (o non usato) il golden power; quale è stato il ruolo del Tesoro; come si garantisce che l’interesse collettivo venga prima di quello di cordate private.

La separazione tra potere politico e potere economico non è un lusso: è un pilastro della democrazia.

Il mercato ha bisogno di concorrenza leale, non di cordate ‘amiche’

C’è un rischio che va detto con franchezza: che la politica possa usare la finanza non per correggere distorsioni, ma per costruire equilibri di potere.

Il sistema bancario italiano ha già pagato prezzi altissimi per errori, opacità, correntismi, eccessi di prossimità con la politica.

Una democrazia sana non può permettersi che Mps — risanata con risorse pubbliche — diventi il cavallo di Troia di operazioni condotte nell’interesse di attori privati, magari in rapporti di vicinanza con l’esecutivo.

Questo non è solo un problema economico.

È un problema etico.

Perché Mps voleva Mediobanca — e perché questo è esplosivo

C’è un tema cruciale che spiega la tensione: chi controlla Mediobanca influenza anche Generali, la più grande compagnia assicurativa d’Europa.

La catena è questa: MPS → Mediobanca → Generali

Secondo molte ricostruzioni politiche e giornalistiche:

  • Caltagirone e la galassia Delfin (Del Vecchio) puntavano da anni a cambiare gli equilibri di potere in Mediobanca
  • La presa di Mediobanca attraverso MPS avrebbe ridisegnato il controllo di Generali
  • Tutto questo sarebbe stato possibile perché… il MEF è il principale azionista di MPS (ancora oggi)

Qui nasce il sospetto politico:

il governo avrebbe favorito una cordata amica usando come leva una banca pubblica (Mps).

La crisi di fiducia è la vera emergenza

Siamo in un tempo in cui i cittadini percepiscono una distanza crescente tra loro e i centri decisionali.

Ogni volta che emerge il sospetto che i “poteri forti” possano vivere con regole diverse da quelle dei singoli, nasce un danno che non si misura in bilanci, ma in fiducia.

E la fiducia, come la pace che Leone XIV ha ricordato a Beirut, è un bene fragile, che si ricostruisce lentamente e si perde in un attimo.

A maggior ragione oggi — tra instabilità globale, sfide sociali, nuove povertà, transizioni da governare — la politica non può permettersi zone d’ombra.

Il Paese ha bisogno di trasparenza come condizione minima per chiedere ai cittadini sacrifici, responsabilità, partecipazione.

Che cosa serve adesso

Servono tre cose, semplici e difficili al tempo stesso:

  1. Trasparenza totale. Il Parlamento deve essere informato. La cittadinanza deve essere rassicurata. La stampa deve poter controllare.
  2. Rispetto dell’autonomia della magistratura. Le inchieste devono andare avanti senza pressioni né reticenze.
  3. Una netta separazione dei ruoli. Quando lo Stato è azionista, deve comportarsi da arbitro, non da giocatore.

Solo così la democrazia può reggere la complessità del sistema finanziario.

Solo così si evita che l’economia diventi terreno di scontro opaco.

Solo così si ricostruisce la fiducia che oggi è la vera ricchezza da proteggere.

L’Italia non ha bisogno di silenzi, ma di chiarezza

In queste ore concitate, un punto è certo:

il caso Mps–Mediobanca non riguarda solo il sistema bancario. Riguarda il Paese.

Riguarda la nostra idea di cosa sia lo Stato, di cosa sia il bene comune, di come si governa un’economia senza che nessuno resti senza voce.

Per questo la richiesta di chiarimenti non è un atto ostile: è un atto di responsabilità verso la democrazia.

Mediafighter, nel suo stile, lo ricorda da sempre: la finanza è legittima solo se è al servizio della persona.

La politica è legittima solo se cammina alla luce del sole.

Il resto — opacità, cordate, interessi intrecciati — non appartiene a una Repubblica che vuole guardare avanti con serietà.