La popolazione del Donbass difficilmente accetterà l’eventuale annessione alla Russia
La destituzione improvvisa di Andrij Yermak, capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky e suo uomo più influente, non è soltanto una crisi interna. È il segnale — forse il più chiaro degli ultimi due anni — che l’Ucraina sta entrando in una fase nuova e drammatica: quella in cui dovrà guardare in faccia, simultaneamente, la pressione militare russa, la stanchezza dell’Occidente e le proprie fragilità interne.
Il fatto è noto: il 28 novembre le unità dell’agenzia anticorruzione ucraina (NABU) e della procura specializzata hanno perquisito la casa di Yermak. Poche ore dopo, l’uomo che per anni ha filtrato l’agenda del presidente, negoziato con Washington, gestito la politica estera e costruito la cintura protettiva attorno a Zelensky, ha rassegnato le dimissioni.
Una caduta verticale, tanto rapida quanto politicamente dirompente.
Yermak non era un funzionario. Era — e tutti lo sapevano — il secondo uomo più potente del Paese. La sua influenza era stata definita “ipnotica”, la sua capacità di controllare l’accesso al presidente mai davvero contestata. Eppure, è stato travolto dall’accusa più devastante in un Paese che combatte non solo una guerra esterna, ma una battaglia interna per la sopravvivenza morale: il sospetto di aver interferito con le strutture anticorruzione, in un grande scandalo energetico da decine di milioni di euro.
Questa vicenda arriva nel momento peggiore.
Il fronte è statico, l’inverno alle porte, gli Stati Uniti negoziano un’ipotesi di piano per chiudere (o congelare) il conflitto, e la Russia osserva, sfrutta e amplifica ogni segnale di debolezza. Non sorprende che Volodymyr Fessenko, uno degli analisti più attenti di Kyiv, abbia detto che “la Russia userà questo scandalo senza alcun dubbio”. Ed è vero: Mosca vive di crepe altrui.
Ma la vicenda Yermak racconta anche altro. Racconta la distanza — dolorosa ma incolmabile — tra la politica ucraina e la realtà dei territori occupati, che spesso rimane sullo sfondo dei tavoli diplomatici, delle analisi da capitale europea, delle narrazioni occidentali sulla “fatica della guerra”.
Un recente rapporto del centro per i diritti umani Memorial, pubblicato quasi in sordina, colma questa distanza. Non è un documento da tecnocrati ONU, non è una raccolta di grafici. È un catalogo di dolore: 224 pagine in cui ogni terzo paragrafo narra una tortura, uno stupro, un’esecuzione simulata o reale, un bambino deportato, un vecchio picchiato perché parlava ucraino.
Un uomo a cui viene cavato un occhio perché aveva in tasca una tessera sconto gialla e blu — un frammento di normalità trasformato in prova di “nazismo”.
Tre fratelli giustiziati; il quarto che striscia fuori da una fossa comune.
Auto rubate, case saccheggiate, lettere bruciate, telefoni controllati come armi.
Questa è la vita “nei territori temporaneamente occupati”, espressione tecnica che sembra inventata apposta per non vedere le persone che ci vivono.
E i numeri delle deportazioni dei bambini — oltre 19.000 — non sono statistiche: sono infanzie rubate, identità riscritte, famiglie spezzate. È la rieducazione forzata come arma di guerra, proibita dal diritto internazionale, eppure praticata con sistematicità.
Perché tutto questo conta nell’analisi del caso Yermak?
Perché mostra che l’Ucraina non può permettersi ambiguità interne.
Non oggi. Non davanti a un nemico che, nei territori che controlla, non costruisce pace ma schiaccia identità, cancella memoria, arma l’anagrafe, trasforma le città in fortezze e i bambini in strumenti di assimilazione.
Non davanti a un’Europa che fatica a guardare oltre i propri equilibri elettorali.
Non davanti ai negoziati con gli Stati Uniti, che cercano una “soluzione politica” senza voler davvero guardare cosa significhi consegnare milioni di ucraini a quell’universo morale.
La caduta di Yermak è un terremoto politico.
Ma è anche una rivelazione: la democrazia ucraina — imperfetta, ferita, esposta — mostra di avere ancora anticorpi, perché un sistema che perquisisce il braccio destro del presidente, e lo costringe alle dimissioni, non è un sistema morto.
Eppure non basta.
Serve lucidità. Serve onestà. Serve una politica all’altezza del popolo che vive sotto le bombe, e anche — soprattutto — di quello che vive sotto l’occupazione.
Le élite possono cadere, i capi di gabinetto possono cambiare, i negoziati possono oscillare.
Ma la domanda decisiva resta la stessa, ed è morale prima che politica: quale pace è possibile, e per chi, se non si guarda in faccia ciò che la Russia fa davvero quando “vince”?
È qui che la destituzione di Yermak diventa simbolo.
Ricorda all’Ucraina — e a noi — che non ci sarà alcuna trattativa credibile se l’Occidente continuerà a ignorare i territori dove un passaporto russo può decidere se una madre rivedrà suo figlio.
E che nessuna “soluzione diplomatica” ha valore se accetta come prezzo la cancellazione culturale e fisica di un popolo.
Di fronte a questa realtà, il compito dell’Europa e dell’Italia non è scegliere tra retoriche: è scegliere tra giustizia e rimozione.
Perché la pace — quella vera — non può mai assomigliare a uno stivale premuto su un volto umano.
