I trafficanti di esseri umani si liberano di 22 corpi di migranti che volevano raggiungere la Grecia su un gommone
Ventidué. È un numero, non un elenco di nomi. E questo è già il primo scandalo: che non sappiamo come si chiamavano, da dove venivano esattamente, quanti anni avevano, se lasciavano figli o genitori o fratelli ad aspettarli. Sappiamo che erano partiti da Tobruk il 21 marzo su un gommone, che erano almeno quarantotto, che erano diretti in Grecia. Sappiamo che hanno perso l’orientamento. Sappiamo che sono rimasti sei giorni alla deriva, senza acqua e senza cibo. E sappiamo che, alla fine, i loro corpi sono stati gettati in mare su ordine dei trafficanti — forse per alleggerire il carico, dice il freddo lessico delle cronache. Come se fossero zavorra.
Ventisei si sono salvati. Due trafficanti, giovani sud-sudanesi di diciannove e ventidue anni — quasi coetanei di molte vittime, il che dice qualcosa sull’infinita catena dello sfruttamento — sono stati arrestati. La macchina burocratica si è messa in moto. E il Mediterraneo ha inghiottito altri ventidué nomi che non conosceremo.
Non è una storia eccezionale. È precisamente questo il problema. L’Organizzazione internazionale delle migrazioni conta, dall’inizio del 2026, già ottocentosette migranti scomparsi in questo mare. Ottocentosette in meno di tre mesi. Mentre si scrivono queste righe, Alarm Phone segnala diciassette dispersi nel Mediterraneo centrale, partiti da Sabratha domenica sera. E altri cinquantasei alla deriva al largo di Sfax, in balia del maltempo. Il mare non aspetta. Le autorità, spesso, sì.
In questo stesso giorno in cui i ventidué venivano contati e archiviati, il tribunale di Salerno annullava per la terza volta il fermo amministrativo della Geo Barents, nave di soccorso di Medici senza frontiere ferma in un porto norvegese dal dicembre 2024. La sentenza è un documento di lucidità giuridica e morale insieme: non si può sanzionare chi disobbedisce a ordini che porterebbero alla violazione dell’obbligo di soccorso. Quando il dovere di salvare vite in mare confligge con quello di obbedire ai comandi — italiani, o della cosiddetta Guardia costiera libica — prevale sempre il primo. Sempre. Il tribunale lo scrive nero su bianco, citando «il carattere assoluto che connota, a livello internazionale, il dovere di soccorso». Assoluto: una parola che nel dibattito pubblico sulla migrazione sembra scomparsa, sostituita da calcoli politici, decreti, fermi amministrativi e porti lontani assegnati per sfinimento.
Msf non esulta, e fa bene. «Le persone continuano ad annegare», dice il loro rappresentante per le operazioni di ricerca e soccorso. Le vittorie in tribunale non resuscitano nessuno. I ventidué di Tobruk non sapevano dell’esistenza della Geo Barents, né del decreto Piantedosi, né delle dispute giuridiche tra ong e governo italiano. Sapevano che dovevano partire, e sono partiti. Sapevano che il mare era pericoloso, e lo hanno attraversato. Non sapevano che sarebbero rimasti sei giorni senza acqua né cibo, e che i loro corpi sarebbero stati gettati fuori bordo come zavorra.
C’è un’espressione che ricorre nei documenti internazionali sul diritto del mare: naufragio morale. Non indica una nave affondata, ma una civiltà che ha scelto di non vedere. Ogni giorno il Mediterraneo offre prove di questo naufragio: gommoni alla deriva, allarmi ignorati, navi bloccate in porto per decreto, corpi che il mare restituisce o trattiene per sempre. E ogni giorno i numeri crescono — ottocentosette, ottocentoventitre, ottocentocinquanta — mentre il dibattito politico si avvita su se stesso, tra chi grida all’invasione e chi risponde con sentenze che nessuno applica davvero.
Nel frattempo, stamane, papa Leone XIV era a Monaco a dire ai potenti che «ogni bene posto nelle nostre mani ha una destinazione universale». A pochi chilometri di mare in linea d’aria da dove i ventidué sono stati gettati fuori bordo. Lo stesso mare. Un’altra velocità. Un altro mondo — o forse lo stesso mondo, visto da angolazioni che non riescono a incontrarsi.
Ventidué. Finché non sapremo i loro nomi, il numero resterà lì, come un’accusa senza imputato preciso. O meglio: con troppi imputati, e nessuno davanti a un giudice.
