Quando si parla di sanzioni contro il Venezuela, il dibattito pubblico tende a polarizzarsi: da un lato chi le considera uno strumento “necessario” contro un regime autoritario; dall’altro chi le descrive come la causa unica della catastrofe umanitaria. La realtà, come spesso accade, è più complessa. Ma una cosa è certa: le sanzioni statunitensi hanno avuto un costo concreto e misurabile sulla popolazione venezuelana, soprattutto perché hanno colpito il principale canale di accesso del Paese a valuta forte: il petrolio.

Il punto di partenza: un’economia già fragile

Il Venezuela entra nella stagione delle sanzioni finanziarie USA (2017) con fondamentali già deteriorati. Tra il 2013 e il 2016: la produzione petrolifera inizia a calare per mancanza di investimenti, cattiva gestione di PDVSA (Petróleos de Venezuela, S.A) e fuga di competenze;

il PIL reale si contrae drasticamente; le importazioni – essenziali in un Paese che produce poco cibo e quasi nessun farmaco – iniziano a crollare.

Secondo dati oggi consolidati, le importazioni di cibo diminuiscono di circa il 70% tra il 2013 e il 2016, e quelle di medicinali e attrezzature sanitarie di circa il 65–70% nello stesso periodo. Questo avviene prima delle sanzioni più dure. Ma è dal 2017 in poi che la crisi diventa strutturalmente irreversibile.

Il meccanismo delle sanzioni: meno dollari, meno vita quotidiana

Le sanzioni statunitensi non vietano formalmente l’importazione di cibo o medicine. Il problema è un altro: impediscono al Venezuela di guadagnare e movimentare dollari.

Dal 2017: PDVSA perde accesso ai mercati finanziari; le banche internazionali evitano qualsiasi transazione collegata al Venezuela (over-compliance); assicurazioni, shipping e clearing diventano proibitivi o indisponibili.

Il risultato è aritmetico: meno entrate petrolifere = meno importazioni.

Nel 2012 il Venezuela incassava oltre 90 miliardi di dollari l’anno da export petrolifero.

Nel 2019, dopo sanzioni petrolifere dirette, le entrate scendono sotto i 10 miliardi.

Nel 2020 arrivano a livelli inferiori ai 5 miliardi.

Per confronto: solo per garantire importazioni minime di cibo e farmaci, il Paese avrebbe bisogno di almeno 15–20 miliardi di dollari annui. La differenza tra bisogno e disponibilità si traduce direttamente in malnutrizione, carenze ospedaliere, mortalità evitabile.

“Conti alla mano”: cosa significa per la popolazione

Secondo stime accademiche e di organismi indipendenti: la spesa pubblica reale pro capite in sanità crolla di oltre 80% tra il 2013 e il 2020; la disponibilità di farmaci essenziali scende in alcuni anni sotto il 20–30%; l’iperinflazione, alimentata anche dalla mancanza di valuta forte, erode salari e pensioni fino a renderli simbolici.

Uno studio molto discusso (CEPR) stima che la perdita di entrate legata alle sanzioni abbia contribuito, tra il 2017 e il 2019, a decine di migliaia di morti evitabili per mancanza di cure. La cifra è metodologicamente contestata, ma il nesso causale di fondo – meno dollari, meno cure – non è seriamente messo in dubbio nemmeno dagli analisti più cauti.

L’effetto collaterale: economia informale e disuguaglianze

Le sanzioni non colpiscono tutti allo stesso modo: chi ha accesso a dollari, rimesse o reti informali sopravvive; chi dipende da salari pubblici, pensioni e servizi statali viene schiacciato.

Il risultato è una società duale: una minoranza integrata nei circuiti dollari-crypto-petrolio opaco; una maggioranza che vive di razionamenti, aiuti umanitari e migrazione.

Oltre 7 milioni di venezuelani lasciano il Paese: non solo per repressione politica, ma perché l’economia sanzionata non è più in grado di sostenere la vita quotidiana.

Le sanzioni come moltiplicatore, non come causa unica

Attribuire tutta la tragedia venezuelana alle sanzioni sarebbe intellettualmente scorretto. Ma negarne l’impatto umano è altrettanto ideologico.

Una sintesi onesta è questa: la crisi nasce prima, per responsabilità interne gravi; le sanzioni agiscono da moltiplicatore, accelerando il collasso e rendendo più difficile qualsiasi recupero; il costo è pagato prevalentemente dalla popolazione, non dalle élite politiche, che trovano comunque canali alternativi.

La lezione geopolitica

Il caso Venezuela mostra il limite strutturale delle sanzioni economiche moderne: in economie mono-esportatrici e dipendenti dalle importazioni, colpire il flusso finanziario equivale a colpire direttamente la vita civile.

È per questo che, negli ultimi anni, Washington ha iniziato a modulare, sospendere o negoziare licenze petrolifere: non per bontà politica, ma perché l’isolamento totale non ha prodotto transizione democratica, mentre ha prodotto una delle peggiori crisi sociali dell’emisfero occidentale.

In termini finanziari, il conto è chiaro.

In termini umani, è ancora aperto.