L’associazione “Grazie al Cielo” consegna al Card. Pietro Parolin una targa nel ricordo di Don Roberto Malgesini
Certe volte un gesto apparentemente semplice possiede una densità spirituale che supera la materia di cui è fatto. Una targa, in sé, è soltanto un segno. Ma vi sono segni che diventano confessione pubblica di gratitudine, atto di memoria credente, riconoscimento di una testimonianza che non deve essere consegnata all’usura del tempo. Il dono presentato al cardinale Pietro Parolin dall’associazione “Grazie al Cielo” non è allora una formalità commemorativa, né un omaggio di circostanza: è il tentativo riuscito di dire che la Chiesa vive anche di queste fedeltà, di questi ricordi custoditi, di queste vite che continuano a parlare proprio perché sono state spese fino in fondo.
La figura di don Roberto Malgesini appartiene a quella schiera di sacerdoti che non hanno cercato visibilità, e che proprio per questo hanno lasciato una traccia evangelica ancora più limpida. Non un prete da ribalta, ma un prete da strada; non un protagonista mondano, ma un padre silenzioso; non un uomo delle parole gridate, ma della carità ostinata, quotidiana, quasi feriale. Eppure, in quella ferialità si nascondeva la grandezza. Don Roberto aveva scelto il luogo più esigente e più cristiano del ministero: stare accanto agli ultimi, ai poveri, ai senza dimora, agli scartati, a coloro che troppo spesso vengono nominati nelle conferenze e dimenticati nei marciapiedi.
È lì che il sacerdote manifesta la sua verità più profonda. Non anzitutto nell’efficienza organizzativa, non nel ruolo sociale, non neppure soltanto nella pur necessaria parola pronunciata dall’ambone, ma nella capacità di rendere visibile la paternità di Dio tra coloro che non hanno più nessuno. Il prete, quando è davvero tale, diventa prossimità sacramentale: un uomo tolto a sé stesso per essere segno di Cristo buon Pastore. E don Roberto lo è stato con quella concretezza che disarma e converte: distribuendo cibo, ascolto, aiuto, presenza; offrendo non una beneficenza astratta, ma una compagnia reale a vite ferite.
Per questo la sua morte colpì così profondamente la coscienza ecclesiale e civile. Fu ucciso a Como il 15 settembre 2020, al mattino, mentre si preparava ancora una volta a servire i poveri. Non morì per una fatalità cieca accaduta altrove rispetto alla sua missione, ma dentro il suo ministero, quasi nel punto più vero della sua vocazione. Cadde mentre si chinava, per così dire, sulle periferie umane che abitava ogni giorno in nome del Vangelo. E questo conferisce alla sua fine un carattere che va oltre la cronaca: non perché si debba indulgere a facili agiografie, ma perché vi sono esistenze nelle quali il modo di morire illumina il modo in cui si è vissuto. Don Roberto non è ricordato soltanto perché è stato assassinato; è ricordato perché già prima aveva fatto della sua vita un dono.
Papa Francesco lo sentì immediatamente come una figura emblematica di quel sacerdozio che egli non si è mai stancato di indicare alla Chiesa: vicino, umile, povero, non autoreferenziale, consumato nel servizio. In don Roberto il Papa vide un prete che non parlava dei poveri dall’esterno, ma viveva con loro una prossimità evangelica concreta. Ecco perché la sua memoria non appartiene solo alla diocesi di Como, pur così giustamente legata a lui, ma all’intera Chiesa italiana. In un tempo in cui il ministero sacerdotale viene talora letto solo attraverso categorie funzionali, problematiche o sociologiche, don Roberto ricorda con radicale semplicità che il prete è anzitutto un uomo preso da Cristo per essere donato.
Il gesto compiuto in Vaticano acquista dunque un significato che merita di essere colto in tutta la sua bellezza. Una associazione di laici, nata in un quartiere romano, va dal Segretario di Stato non per compiere un atto protocollare, ma per affidare alla Chiesa una memoria che chiede di restare viva. È un gesto ecclesiale nel senso più pieno: i laici che riconoscono la fecondità di un sacerdote, la onorano, la trasmettono, se ne fanno in qualche modo custodi. In un’epoca segnata da tanta smemoratezza, e talvolta da una dolorosa diffidenza reciproca tra stati di vita diversi, questo fatto possiede un valore non secondario. Dice che il popolo di Dio sa ancora riconoscere i suoi testimoni. Dice che la santità concreta genera popolo, gratitudine, imitazione.
Ed è particolarmente bello che tale memoria voglia essere consegnata ai giovani. Raccontare don Roberto alle nuove generazioni non significa coltivare nostalgia, ma offrire un criterio. In lui i giovani possono vedere che il cristianesimo non è una teoria morale né una retorica sentimentale, ma una forma di vita. Possono comprendere che la carità cristiana non è filantropia generica, ma amore che nasce da Cristo e a Cristo riconduce. Possono intuire che il sacerdote non è un funzionario del sacro, ma un uomo che, sulle orme di san Giuseppe e del Buon Pastore, custodisce, serve, protegge, accompagna.
In fondo, don Roberto viene ricordato per questo: perché ha reso credibile il Vangelo senza rumore. Perché ha mostrato che il sacerdozio, quando è vissuto nella sua nudità evangelica, conserva una forza immensa anche nel mondo disincantato di oggi. Perché la sua morte violenta non ha oscurato la sua figura, ma l’ha resa ancora più luminosa, come accade quando il chicco caduto in terra lascia intravedere il frutto nascosto della dedizione. E perché il suo nome continua a suscitare non soltanto commozione, ma desiderio di imitazione.
Una targa, allora, non è poco. Se reca inciso il nome di un prete così, diventa quasi una piccola icona civile ed ecclesiale. Ricorda che la carità non passa invano. Ricorda che il sangue dei giusti non si perde. Ricorda che ci sono sacerdoti che non fanno notizia per potere, carriera o polemica, ma perché hanno amato fino alla fine. E ricorda a tutti, nella Chiesa e fuori di essa, che i poveri non sono una questione da amministrare, ma un luogo teologico in cui Cristo attende ancora di essere servito.
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