La menzogna ad alta quota. Trump ha negato l’evidenza a una giornalista sull’Air Force One

C’è un’altitudine, a bordo dell’Air Force One, alla quale evidentemente la realtà non sale. Troppo in basso, troppo terrestre, troppo ingombrante coi suoi morti. Centosettantacinque morti, la maggior parte bambini, nella scuola elementare di Minab, nel sud dell’Iran. Donald Trump, interrogato da un giornalista a trentamila piedi, ha risposto con la sicumera di chi non ha mai avuto il dubbio come abitudine mentale: «È stato l’Iran». E ha aggiunto, con quella cadenza da venditore di auto usate che è il suo contributo permanente alla storia della retorica occidentale: «Come sapete, sono molto imprecisi con le loro munizioni».

Pete Hegseth — il Segretario della Guerra, come ormai è giusto chiamarlo, avendo lui stesso contribuito a rendere obsoleto l’eufemismo “della Difesa” — stava al fianco del presidente e ha completato il quadro con quella che, nei manuali di comunicazione politica, si chiama negazione per attribuzione: «L’unica parte che prende di mira i civili è l’Iran». Punto. Chiuso. Prossima domanda.

Peccato che nel frattempo il New York Times abbia pubblicato un video verificato, satelliti, immagini, analisi balistiche e il parere di almeno due esperti internazionali di armamenti, i quali concordano su un dettaglio che Trump evidentemente non ha ritenuto degno di menzione: il missile che ha colpito la scuola era un Tomahawk. Lungo sei metri, apertura alare di quasi tre, programmato prima del lancio con una rotta precisa, capace di volare per milleseicento chilometri con una precisione che il Pentagono stesso definisce — con involontaria ironia — long-range, highly accurate. I Tomahawk li produce e li usa una sola forza militare coinvolta in questo conflitto. Non l’Iran. Non Israele. La Marina degli Stati Uniti d’America, le cui navi, come ha confermato il generale Dan Caine davanti ai giornalisti il 2 marzo, «hanno scatenato i Tomahawk per prime» lungo la costa meridionale iraniana. Quella costa. Quella città. Quella scuola.

La tradizione cattolica conosce bene il peccato di menzogna. Lo distingue con cura certosina: c’è la mendacium jocosum, la bugia leggera; c’è la mendacium officiosum, quella utile; e c’è la mendacium perniciosum, quella che causa danno grave al prossimo. Quello che Trump ha detto a bordo dell’Air Force One appartiene a una quarta categoria che i teologi medievali non avevano previsto, perché richiedeva un’immaginazione che i barbari, pure non difettando di crudeltà, non possedeva: la menzogna pronunciata sopra i cadaveri ancora caldi di centosettantacinque bambini, davanti a un microfono, con la cravatta ben annodata e la certezza di non dover rendere conto a nessuno.

«Non fare falsa testimonianza». È l’ottavo comandamento, in entrambe le tradizioni del conteggio, cattolica e protestante. È quello che Trump, cresciuto presbiteriano, avrebbe imparato — se avesse prestato attenzione — in qualunque scuola domenicale d’America. È anche, si noti, lo stesso comandamento che una scuola elementare di Minab avrebbe forse insegnato alle sue bambine, se un missile a guida di precisione non l’avesse rasa al suolo la mattina del 28 febbraio.

Il generale Caine ha mostrato una mappa. Una mappa che includeva Minab nell’area dei bombardamenti navali della prima fase dell’operazione. Ha detto che i Tomahawk «hanno logorato la capacità navale lungo lo stretto». Non ha detto nulla della scuola. La mappa non aveva nomi di scuole. Le mappe militari raramente li hanno — è una delle loro virtù operative e uno dei loro vizi morali.

Giovanni Paolo II, nel 2003, mandò a Washington il cardinale Pio Laghi a scongiurare la guerra in Iraq. George W. Bush lo ricevette con cordialità e non cambiò di una virgola i suoi piani. Vent’anni dopo, la storia si ripete con la precisione meccanica propria dei drammi che non imparano da sé stessi. Cambia la geografia. Cambiano i nomi. Rimane immutata la grammatica: potenza che bombarda, portavoce che nega, morti che non vengono contati perché contarli costerebbe troppo alla narrativa.

Esiste però una contabilità alla quale nessuna quota aerea si sottrae. Non quella dei tribunali internazionali, troppo lenti e troppo spesso neutralizzati dal veto dei potenti. Non quella della stampa, che ha fatto il suo mestiere con il video di Minab e si è sentita rispondere che il video mente. Ma quella silenziosa, ostinata, inappellabile che ogni tradizione religiosa ha chiamato con nomi diversi: karma, nemesi, giudizio, resa dei conti. La storia non dimentica le scuole elementari colpite di mattina. Le archivia, le restituisce, le cita nei processi che vengono — anche quando vengono tardi, anche quando vengono postumo.

Trump è sceso dall’Air Force One con la stessa espressione con cui era salito. La menzogna non pesa, a chi la pratica da una vita. Pesa agli altri. Pesa ai centosettantacinque nomi che nessuno ha ancora finito di raccogliere dalle macerie di Minab. Pesa a noi, che li abbiamo sentiti e non abbiamo fatto abbastanza rumore.

«Beati i miti, perché erediteranno la terra». A Minab, quella mattina, i miti erano in classe.