Catechesi del mercoledì di Leone XIV sulla Lumen Gentium e la chiamata universale alla santità

La santità è per tutti. Anche per chi non ci crede

C’è una parola che spaventa. Non per la sua durezza — anzi, è fatta di sillabe morbide, quasi un sospiro — ma per il peso che porta con sé, per la distanza siderale che sembra interporre tra chi la pronuncia e chi la ascolta. La parola è santità.

Ce la restituisce stamattina Leone XIV, in un’Aula Paolo VI che raccoglie pellegrini da ogni angolo del mondo, con la semplicità disarmante di chi annuncia una notizia che in realtà è antichissima: la santità non è un club privato. Non è il privilegio di anime eccezionali, di mistici dalle pupille voltate al cielo, di martiri che attendono il loro momento con una calma sovrumana. È, al contrario, la vocazione di ciascuno. Di tutti. Nessuno escluso.

Il Papa lo dice appoggiandosi alla Lumen gentium, quella Costituzione dogmatica che il Concilio Vaticano II consegnò alla Chiesa e al mondo come uno specchio: guardatevi, sembra dire il testo, e riconoscete che siete chiamati a qualcosa di grande. Il capitolo quinto è lì, nitido e un po’ scomodo, a ricordare che il Battesimo non è un documento anagrafico spirituale — il certificato che attesta l’appartenenza alla comunità — ma un impegno. Una direzione di marcia.

La carità è il cuore di tutto, spiega il Papa. Non la carità intesa come elemosina o buon sentimento domenicale, ma quella virtù che «regola tutti i mezzi di santificazione», che dà forma e orientamento alla vita intera. Un fuoco, non una fiamma decorativa.

E qui il discorso tocca qualcosa che merita di essere sostato. La santità, dice Leone XIV, non ha «soltanto natura pratica», non si riduce a un impegno etico, per quanto generoso. Riguarda l’essenza stessa del vivere cristiano. È una trasformazione, non una performance. Nella cultura dell’immagine, dell’autorappresentazione, del sé costruito per essere visto e approvato, questa distinzione è un piccolo scandalo. La santità non si esibisce: accade. Cresce nell’interno, come il pane, e si riconosce — se si riconosce — dagli effetti.

Poi il Papa si addentra nel capitolo sesto della Lumen gentium, quello sulla vita consacrata, e qui il tono si fa ancora più preciso. I consigli evangelici — povertà, castità, obbedienza — non sono catene. Sono, scrive il testo conciliare, «doni liberanti dello Spirito Santo». Una formulazione che potrebbe sembrare un ossimoro e invece è una delle intuizioni più lucide della teologia moderna: la libertà non è assenza di vincoli, ma scelta del vincolo giusto. Scegliere di non accumulare, di non possedere, di non comandare — è un gesto radicale che interpella anche chi non ha fatto voti, anche chi passa la vita a inseguire sicurezze materiali, affetti esclusivi, controllo sulle proprie circostanze.

C’è un momento della catechesi che rimane impresso. Il Papa ricorda che «non c’è esperienza umana che Dio non redima», compresa la sofferenza. È una di quelle affermazioni che il linguaggio religioso rende quasi troppo levigata, troppo abituata all’orecchio, e che invece, se la si incontra davvero nella propria vita — in una malattia, in una perdita, in un fallimento che non si era previsto — diventa o insopportabile o salvifica. Non c’è via di mezzo.

L’elzeviro, per sua natura, non risolve. Accompagna. E allora ci si può fermare qui, davanti a questa parola — santità — e chiedersi se la distanza che sentiamo da essa sia davvero così incolmabile. O se, come dice il Papa, la meta non sia «un ideale lontano», ma qualcosa che ha già cominciato ad accadere, in silenzio, nei gesti più impensati della nostra giornata.

Fuori dall’Aula Paolo VI, Roma ha il suo solito cielo di aprile. Il traffico riprende. I pellegrini si disperdono. La parola resta.