Quando la diplomazia si riduce a un ultimatum su Truth Social

«Un’intera civiltà morirà stanotte». Lo ha scritto Donald Trump, presidente degli Stati Uniti d’America, la più potente democrazia della storia occidentale, detentrice dell’arsenale nucleare più sofisticato mai costruito dall’umanità. Lo ha scritto come si scrive un post. Come si annuncia un reality show. Come si minaccia un avversario a poker quando le carte non bastano ma il tavolo è tuo e puoi sempre rovesciarlo.

Stanotte. Una civiltà. Come se tremila anni di storia persiana — la letteratura, la matematica, l’astronomia, Hafez e Omar Khayyam, le moschee di Isfahan che fanno tremare i ginocchi a chi le guarda — potessero essere archiviate entro le otto di sera, ora di Washington, con la stessa disinvoltura con cui si fissa la scadenza di un’offerta commerciale. Compra ora o la civiltà scompare. Valido solo stanotte. Non ripetibile.

Dall’altra parte, la Casa Bianca ha chiarito la situazione con la precisione istituzionale che le è propria: «Solo il presidente sa cosa intende fare». Traduzione: nemmeno noi lo sappiamo. La portavoce del governo più armato del pianeta ha di fatto comunicato al mondo che la politica estera americana è custodita nella testa di un uomo solo, come un numero di conto corrente o il finale di una serie televisiva. Il mistero come metodo. L’imprevedibilità come dottrina. Il terrore come strumento negoziale.

“Gli iraniani sono animali”: Trump adotta il lessico della deumanizzazione già visto nella guerra di Gaza. Un linguaggio apocalittico che trasforma il nemico in non-umano e apre la strada alla legittimazione della guerra totale.

Parole di questo genere sono costate a Yoav Gallant, già ministro della Difesa israeliano, l’accusa di aver contribuito a manifestare un ‘intento genocidario’, richiamata anche nel dibattito giudiziario internazionale. E gli attacchi contro infrastrutture civili aggravano ulteriormente il quadro, evocando possibili crimini di guerra.”

E funziona, naturalmente, in un certo senso. Funziona nel modo in cui funziona tenere un coltello sul tavolo durante una trattativa: concentra l’attenzione, accelera i tempi, svuota le conversazioni di qualsiasi contenuto che non sia la paura. Quella controproposta iraniana, definita da fonti americane «molto migliore di quanto ci aspettassimo» — eccola, la diplomazia del panico. Non si negozia perché ci si rispetta. Si negozia perché si ha paura di morire stanotte.

Nel mezzo di questo spettacolo, quasi tremilaseicento morti in Iran secondo le ONG americane — metà civili, duecentoquarantotto bambini. Numeri che la portavoce della Casa Bianca non ha citato. Numeri che scompaiono nell’urgenza della scadenza, nell’adrenalina dell’ultimatum, nel ronzio delle breaking news che si sovrappongono ogni quindici minuti come onde che coprono il fondo del mare.

Il Qatar avverte che si è «vicini a un punto in cui l’escalation è incontrollabile». I Pasdaran minacciano di «colpire oltre il Golfo». La Guida Suprema è in ospedale, incosciente. L’isola di Kharg brucia. E Israele — Israele che ha trascinato il mondo in questa spirale, Israele che osserva con terrore l’ipotesi di un accordo che non includa la definitiva sepoltura del nucleare iraniano — Israele e Washington hanno già «coordinato una divisione degli obiettivi» per il caso in cui la scadenza passi senza accordo. Come ci si divide un menù al ristorante. Come si spartisce una torta.

Il ministro Crosetto, ospite di Bruno Vespa nel tranquillo salotto di Cinque minuti, ha detto una cosa sensata: «Un Paese non cade in una notte». Ha citato l’Afghanistan. Ha auspicato la fine della guerra. Era il momento più lucido della giornata, e veniva da un militare italiano in televisione alle otto di sera, il che dice tutto sulla qualità del dibattito in corso.

qom 1

Perché il problema non è solo Trump — Trump è almeno comprensibile, nella sua coerenza di uomo che ha sempre confuso la forza con il potere e il potere con la celebrità. Il problema è il sistema che lo produce e lo tollera: i senatori americani che tacciono, gli alleati europei che si aggiustano, i mercati che scommettono, i media che cronometrano l’ultimatum come fosse il finale di un Grande Fratello geopolitico. Il problema è che questa è diventata la grammatica normale della politica internazionale — e nessuno, o quasi, sembra trovarlo scandaloso.

«Qualcosa di meravigliosamente rivoluzionario può accadere», ha scritto Trump poche ore prima di minacciare la fine di una civiltà. Come se le due cose fossero opposte. Come se non fossero, nel suo vocabolario, perfettamente sinonimi.

Stanotte, mentre l’ultimatum scade e i mediatori correggono i documenti e un funzionario dell’ONU vola verso Teheran, il mondo scoprirà cosa intendeva fare il presidente. Solo lui lo sa. Solo lui ha sempre saputo. E questa — questa solitudine del potere assoluto, questa dipendenza del destino di milioni di persone da un uomo che scrive post alle tre di notte — è forse la cosa più terrorizzante di tutte. Non il coltello sul tavolo. La mano che lo tiene.