Esiste, nella tradizione morale cristiana, il concetto di guerra giusta. Non è un’autorizzazione alla violenza: è, al contrario, una griglia esigente di condizioni che devono essere tutte simultaneamente soddisfatte perché il ricorso alla forza possa dirsi moralmente legittimo. Causa giusta, intenzione retta, ultima risorsa dopo l’esaurimento di ogni via diplomatica, probabilità ragionevole di successo, proporzionalità tra i danni inflitti e i beni conseguiti, distinzione rigorosa tra combattenti e civili. Non basta che una condizione sia presente: devono esserlo tutte. L’assenza di anche una sola fa crollare l’edificio. Misurata su questa scala, la guerra che Donald Trump conduce con Israele contro l’Iran solleva domande che nessun comunicato della Casa Bianca riesce a rispondere.
Cominciamo dall’intenzione. Una delle condizioni più esigenti della dottrina della guerra giusta è che il fine dichiarato corrisponda al fine reale — che la guerra non venga usata come maschera per obiettivi che non si osa enunciare. Trump ha detto in settimana che vuole partecipare alla scelta del prossimo leader iraniano. Ha invocato l’esempio del Venezuela, dove un cambio di regime operato militarmente ha portato al potere chi già stava nei palazzi. Ha scritto, con le maiuscole che usa per le cose che gli premono davvero, “Facciamo grande l’Iran” — la formula del proprio marchio politico applicata a un paese che nel frattempo i suoi aerei bombardano a migliaia di obiettivi al giorno. La portavoce della Casa Bianca ha spiegato che la “resa incondizionata” richiesta significa che l’Iran non potrà “mai più possedere un’arma nucleare” — un’arma che, tecnicamente, non ha mai posseduto. Quale sia il fine reale di questa guerra rimane, una settimana dopo l’inizio, un’incognita che lo stesso presidente sembra non aver ancora definito.
Poi c’è la questione della proporzionalità. In sette giorni, secondo i monitoraggi delle organizzazioni umanitarie, gli attacchi congiunti americani e israeliani hanno superato per intensità ogni campagna aerea della storia recente: più obiettivi colpiti nei primi quattro giorni che in tutti i primi sei mesi della guerra contro lo Stato Islamico. L’aeroporto civile di Teheran in fiamme. Trump che minaccia, in un post mattutino, di colpire “zone e gruppi di persone finora non considerati come obiettivi”, senza specificare. La dottrina della guerra giusta non chiede se il nemico sia cattivo — su questo la risposta può anche essere affermativa. Chiede se la risposta sia proporzionata. E chiede soprattutto che i civili siano distinti dai combattenti, non considerati danno collaterale accettabile di una campagna decisa altrove.
C’è poi il criterio dell’ultima risorsa. Il diritto internazionale, come la morale cristiana, richiede che la forza sia impiegata solo dopo che le vie alternative siano state davvero esaurite. Trump ha detto domenica, con una disinvoltura che lascia senza parole, che l’Iran “voleva parlare” e che lui aveva già accettato di farlo. Poi il venerdì successivo ha scritto che non ci sarà nessun accordo senza resa totale. In mezzo, bombardamenti a ondate. La finestra diplomatica non è stata chiusa dopo averla aperta fino in fondo: è stata disegnata, lasciata socchiusa un momento e poi murata. Quella non è ultima risorsa. È l’uso della trattativa come elemento scenico di una guerra già decisa.
Infine, la probabilità ragionevole di successo. Non nel senso militare — nessuno mette in dubbio la superiorità di fuoco americana e israeliana. Ma il successo, nella grammatica della guerra giusta, non si misura con i bersagli colpiti: si misura con la pace che ne consegue. E qui la visione di Trump è affidata a un tweet: “L’Iran avrà un grande futuro”, una volta che si sarà arresa e avrà accettato la leadership che Washington approva. Una nazione di ottantasei milioni di persone, erede di una delle grandi civiltà della storia, ridotta a problema logistico da risolvere come il Venezuela. La storia di ogni intervento militare in Medio Oriente degli ultimi trent’anni dice che questa visione non produce pace: produce un vuoto che qualcosa di più violento si affretta a riempire.
Papa Leone XIV ha chiesto il cessate il fuoco e il disarmo. Ha invitato alla preghiera e al digiuno. Dalla Terra Santa, dove le sirene suonano di notte e i missili attraversano il cielo, il suo appello arriva come un contrappunto straziante al linguaggio delle maiuscole e delle minacce mattutine. La tradizione cattolica non è pacifista in senso assoluto: sa che il male può richiedere resistenza, anche armata. Ma sa anche — e lo dice con chiarezza da Agostino a Giovanni Paolo II — che la guerra non è mai un bene: è, nel migliore dei casi, un male minore tollerato a condizioni strettissime. Quando quelle condizioni non sono soddisfatte, quando la guerra diventa strumento di potere personale e calcolo geopolitico vestito da crociata, la voce della Chiesa ha il dovere di dirlo. Non per ingenuità. Per fedeltà a ciò che l’uomo è e a ciò che merita.
Il regime iraniano ha commesso crimini reali e documentati contro il suo popolo e contro la stabilità regionale. Nessuna lettura onesta della realtà può ignorarlo. Ma il popolo iraniano — quello che scende in piazza a rischio della vita, quello che scrive poesie e fa cinema e coltiva una delle culture più antiche del mondo — non coincide con il suo regime, così come nessun popolo coincide con chi lo governa. Trattarlo come bersaglio, anche collaterale, di una campagna aerea da quattromila obiettivi è qualcosa che la coscienza cristiana non può registrare come normale. Tanto meno quando chi la conduce posta sui social, tra un’ondata di bombardamenti e l’altra, che “l’Iran avrà un grande futuro”.
Grande come cosa, esattamente, non è dato sapere. Per ora, brucia.
