C’è una parola che attraversa come un filo rosso l’intera vicenda dell’ex Ilva di Taranto: normalizzazione. Normalizzare il declino, normalizzare la perdita di sovranità industriale, normalizzare l’idea che un asset strategico possa essere prima consegnato a un concorrente globale e poi liquidato come un fardello ingombrante. La causa da oltre sette miliardi di euro intentata dai commissari di Acciaierie d’Italia contro ArcelorMittal non è soltanto un atto giudiziario: è la certificazione tardiva di una verità che per anni è stata sussurrata, negata, rimossa. Taranto non è stata salvata e poi fallita. È stata accompagnata lentamente verso la sua eutanasia industriale.

Non siamo davanti a un classico fallimento d’impresa, a una cattiva gestione o a una congiuntura sfavorevole. La narrazione che emerge oggi dagli atti parla di qualcosa di più freddo e razionale: una strategia predatoria, fondata sull’inerzia programmata. Non rilanciare, non investire, non manutenere, lasciare che l’impianto si spenga mentre altrove il gruppo consolida, investe, cresce. Spegnere un gigante invece di nutrirlo. In un mercato europeo saturo, Taranto non era una promessa: era un rischio competitivo da neutralizzare.

Il paradosso è che tutto questo è avvenuto sotto il vessillo della modernizzazione europea, della gara trasparente, del mercato come arbitro supremo. Nel 2017 lo Stato italiano ha scelto di affidare il cuore della propria siderurgia al più grande produttore mondiale di acciaio, convincendosi – o fingendo di convincersi – che l’interesse privato e quello nazionale avrebbero miracolosamente coinciso. Non è stato un errore ingenuo: è stata una scelta politica precisa, con nomi, firme e responsabilità. E come tutte le scelte politiche, oggi presenta il conto.

Da allora Taranto è diventata un luogo simbolico, ma non nel senso retorico che piace ai convegni. È il simbolo di un modello: quello della deindustrializzazione pilotata. Si privatizza, si esternalizza il rischio, si tollera il logoramento, poi si interviene con lo Stato quando ormai resta solo il relitto. A quel punto, il pubblico non guida: tampona. Ricapitalizza, socializza le perdite, gestisce la cassa integrazione, mentre il tempo industriale – quello vero – è già scaduto.

La presenza di Invitalia, l’ingresso dello Stato nel capitale, non ha invertito la rotta. Ha certificato l’impotenza di una politica industriale ridotta a gestione dell’emergenza. E oggi, a inizio 2026, il quadro è persino più amaro: l’unica proposta sul tavolo arriva da un fondo finanziario, non da un soggetto industriale. Dopo il competitor globale, la speculazione. Dopo la promessa di rilancio, l’offerta simbolica di un euro in cambio di miliardi pubblici e pazienza sociale.

La causa contro ArcelorMittal, per quanto doverosa, arriva tardi. È il gesto di uno Stato che si accorge della rapina quando il caveau è vuoto. Anche se vinta, non restituirà né il tempo perduto né la centralità industriale smarrita. Nel frattempo, Taranto resta sospesa: tra bonifiche incompiute, lavoratori parcheggiati, produzione ridotta a un terzo del passato, e una città che continua a pagare il prezzo più alto di una decisione presa altrove.

Alla fine, la domanda vera non riguarda solo Mittal, né solo i governi che si sono succeduti. Riguarda un’idea di Paese che ha scambiato la sovranità industriale per una formula giuridica, la politica per la procedura, la visione per il mercato. Taranto non è stata sacrificata per necessità. È stata sacrificata per ideologia. E questo, più di ogni cifra scritta negli atti giudiziari, è il suo vero atto d’accusa.