NSS 2025: quindici mesi dopo, il bilancio di un terremoto annunciato — visto da Roma
Il documento che nessuno voleva leggere
Quando la Casa Bianca pubblicò la National Security Strategy 2025 il 4 dicembre scorso, molti commentatori europei la liquidarono come propaganda interna: troppo ideologica, troppo grezza, troppo personalistica per essere presa sul serio come dottrina di Stato. Errore fatale. I documenti strategici americani non vanno letti come letteratura, ma come contratti. E i contratti, anche quando sono scritti male, producono conseguenze reali.
Quindici mesi dopo l’insediamento di Trump — e oltre tre dall’uscita della NSS — il bilancio di attuazione è già abbastanza nitido da permettere un giudizio. Non è un bilancio parziale. È un bilancio strutturale: ciò che si è realizzato, ciò che è rimasto sulla carta, e ciò che — più inquietante di tutto — si è realizzato diversamente da come scritto, ma con effetti più profondi di quanto il documento stesso promettesse.
Da Roma, il panorama ha una sua prospettiva specifica. Non siamo la Germania, che paga il prezzo più alto della dipendenza energetica. Non siamo la Polonia, che vive nella paura esistenziale della Russia. Non siamo la Francia, che ha abbastanza forza per illudersi di contare ancora. Siamo un Paese medio-grande, con un governo che ha scelto di scommettere sulla relazione speciale con Trump, con una industria esposta ai dazi, con una storia militare che ci impone prudenza e una posizione mediterranea che ci assegna un ruolo che stiamo stentando a occupare. Il punto di osservazione è questo. Partiamo dai fatti.
Ciò che si è realizzato: la lista lunga
Il burden-sharing europeo è diventato realtà. Era il punto più controverso della NSS e il più facilmente liquidabile come bluff. Non era un bluff. Al vertice NATO dell’Aia, tutti i 32 membri hanno firmato la dichiarazione finale che approva un aumento delle spese militari con l’obiettivo di un investimento annuale del 5% del PIL in difesa e sicurezza da raggiungere entro il 2035. Cinque percento. Il doppio dell’obiettivo che, ancora due anni fa, la metà degli alleati faticava a raggiungere al due percento. Trump ha richiesto agli altri paesi NATO di arrivare al 5% del PIL in spese per la difesa contro l’attuale media del 2,1%, segnalando chiaramente l’intenzione di ridurre il “peso” americano nel garantire la sicurezza europea. Obiettivo raggiunto, sulla carta. L’Europa ha capitolato. Washington ha vinto.
Ma ha vinto come si vince in un mercato, non come si vince in un’alleanza: i Paesi UE comprano molto più dagli USA, e talvolta da partner come Israele e Corea del Sud, che non dal proprio mercato interno. Il riarmo europeo, così strutturato, non produce autonomia strategica. Produce dipendenza armata. Gli americani ci vendono le armi, ci chiedono di pagarle, e ci istruiscono su come usarle. La differenza con il colonialismo è sottile.
L’Ucraina è diventata un problema europeo. La NSS era esplicita: Washington punta a un cessate il fuoco negoziato e l’Europa dovrà finanziare la ricostruzione. Realizzato con metodica precisione. Gli aiuti economici e militari americani gratuiti a Kiev sono cessati con l’amministrazione Trump: le armi vengono ora vendute agli ucraini dietro pagamento da parte degli alleati NATO europei e canadesi. Trump ha ribadito più volte che gli Stati Uniti non pagheranno un solo dollaro per le armi prodotte e inviate a Kiev, affermando che questa «non è la guerra di Trump».
Il paradosso è grottesco nella sua logica: Trump ha cambiato orientamento verso Putin, lo ha minacciato di dazi, ha fornito Patriot e promesso JASSM — ma sempre a spese altrui. Gli europei pagano l’America perché armi americane difendano un Paese che l’America non vuole difendere direttamente. È la geometria perfetta del “cliente strategico”teorizzato nella NSS.
La Dottrina Monroe è tornata. America First non significa isolazionismo bensì ridefinizione dello spazio strategico americano: si estende nell’emisfero occidentale, ridefinendo la dottrina Monroe del 1823, con il «corollario Trump»: l’influenza americana sull’emisfero occidentale è direttamente proporzionale al controllo delle risorse naturali e alla sicurezza nazionale. Groenlandia, Canada, Panama: provocazioni che sembravano retoriche e che si sono tradotte in pressioni concrete, diplomatiche e tariffarie. L’emisfero occidentale è di nuovo recintato. Il cortile di casa è di nuovo proprietà privata.
L’Iran è stato colpito. La NSS prevedeva un contenimento multilivello di Teheran. Il fragile cessate il fuoco tra Israele e Iran ha segnato una svolta dopo l’operazione americana contro i siti nucleari iraniani, con Trump che ha dichiarato che i funzionari statunitensi e iraniani parleranno nelle settimane successive. Il Medio Oriente non è più terreno di ideologie, ma di transazioni e deterrenza energetica. Realizzato.
Ciò che è rimasto sulla carta: le promesse vaporose
Il cessate il fuoco in Ucraina non è arrivato. Era l’obiettivo dichiarato più urgente della NSS. Quindici mesi dopo, la guerra continua. La premier Meloni ha detto a Trump che «la Russia sembra non voler fare passi in avanti» verso la pace, tutt’altro. Trump stesso, deluso da Putin, ha ammesso: «Mi aspettavo un accordo due mesi fa, ma non sembra possibile», minacciando dazi secondari al 100% se entro cinquanta giorni non si arriva a un accordo. Il grande negoziatore ha incontrato il muro di Mosca. La guerra è diventata europea non perché l’America si sia ritirata, ma perché l’America ha trasformato il suo coinvolgimento in business: armi a pagamento, non garanzie di sicurezza.
La Cina non è contenuta. Il decoupling tecnologico procede, ma la NSS, a differenza dei suoi predecessori, non menziona esplicitamente la competizione tra grandi potenze neanche una volta. Quella che era la “sfida strategica principale del XXI secolo” è sparita dal vocabolario ufficiale — non perché il problema sia risolto, ma perché Washington sta ri-calibrando il rapporto con Pechino in chiave transazionale più che ideologica. La Belt and Road Initiative avanza. Il renminbi consolida posizioni nell’energia. La “guerra fredda economico-tecnologica” descritta dalla NSS è più un desiderio che una strategia coerente.
L’autonomia energetica europea è ancora un miraggio. La NSS prevedeva che l’America vendesse GNL all’Europa a prezzi alti, sfruttando la dipendenza energetica. È avvenuto. Ma non ha prodotto indipendenza europea: ha prodotto sostituzione di dipendenza. Dal gas russo al gas americano. Il padrone è cambiato, la struttura no.
Ciò che si è realizzato diversamente: le sorprese
Il bilancio più importante non riguarda ciò che è stato fatto o non fatto, ma ciò che è accaduto fuori copione — e che, a guardarlo da Roma, dovrebbe far riflettere più di tutto il resto.
La NATO ha sopravvissuto trasformandosi. La NSS conteneva una formulazione inquietante: il documento afferma che gli USA intendono «porre fine alla percezione — e impedire la realtà — della NATO come un’alleanza in espansione perpetua». Molti leggevano questo come il preludio allo smantellamento dell’Alleanza. Non è accaduto. La NATO è sopravvissuta — ma si è trasformata da patto difensivo collettivo in consorzio di sicurezza a pagamento. La solidarietà atlantica è diventata solidarietà tariffata. La clausola di mutua difesa vale ancora, ma il suo prezzo è quotato in percentuali di PIL e in contratti d’arma.
L'”eresia” verso l’Europa era scritta ma è risultata ancora più radicale nella pratica. Il documento chiedeva agli Stati Uniti di dare priorità al «coltivare la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa all’interno delle nazioni europee». Questa frase — passata quasi inosservata nei commentari tecnici — è la più destabilizzante dell’intero documento. Non è la richiesta di maggiore spesa militare. È la legittimazione esplicita dell’interferenza americana nei processi politici europei. Il sostegno ai partiti “patriottici” europei non è subliminale: è dichiarato. Soltanto la «crescente influenza dei partiti patriottici europei offrirebbe motivo di grande ottimismo», secondo il documento. Washington sostiene ufficialmente che la democratizzazione dell’Europa passi attraverso partiti che sfidano l’Unione Europea. Da un alleato, è una coltellata.
L’economia americana ha retto — ma con fratture sottostanti. Il PIL USA nel 2025 è cresciuto intorno al 2,5%, i mercati finanziari restano forti, le banche segnano profitti record e l’inflazione, rientrata tra il 2,6 e il 2,7%, non ha imboccato la spirale che i dazi avrebbero potuto innescare. La promessa di un’America economicamente rinvigorita dai dazi sembra, in superficie, mantenuta. Ma sotto la cenere il fuoco cova: nel 2025 sono stati creati circa 584.000 posti di lavoro, poco meno di 50.000 al mese, contro i 168.000 mensili del 2024, il peggior dato fuori dalle recessioni da oltre vent’anni. Il miracolo è finanziario, non produttivo. Wall Street sale. Main Street arranca. La reindustrializzazione è ancora un manifesto, non una realtà.
Lo sguardo italiano: la scommessa di Meloni e il suo rischio
Da Roma la lettura della NSS ha una connotazione aggiuntiva che non va elusa. Il governo Meloni ha scelto la relazione privilegiata con Trump come asse portante della politica estera italiana. La dichiarazione congiunta Trump-Meloni impegnava Roma a raggiungere il 2% del PIL in spese militari, ribadiva l’impegno NATO, e sosteneva pienamente «la leadership del presidente Trump nel mediare un cessate il fuoco» in Ucraina. Una scommessa politica chiara.
Il problema è che la NSS non tratta l’Europa come un alleato. La tratta come un cliente. Secondo Brookings, la NSS «abbandona il premium che la NSS 2022 poneva sull’ordine internazionale» e «international law» non appare neanche una volta nel documento. Un’Italia che costruisce la sua politica estera sull’asse Washington rischia di scoprire che quell’asse non poggia su valori condivisi, ma su convenienze temporanee.
Meloni ha detto di essere «abbastanza d’accordo su un’intesa con gli Stati Uniti riguardo ai dazi al 10 percento», ritenendola poco impattante per le imprese italiane. Può darsi. Ma il 10% di oggi può essere il 25% di domani se l’agenda negoziale cambia. E la NSS non prevede meccanismi di garanzia per gli alleati che si comportino bene: prevede solo incentivi per chi paga di più.
Il verdetto: “dominazione efficiente” o instabilità strutturale?
La NSS si definisce, nella sua ultima pagina, non una strategia di ritiro ma di “dominazione efficiente”: meno spesa, più controllo. Il bilancio a quindici mesi sembra confermare questa formula — con una variante che il documento non prevedeva esplicitamente: il controllo si esercita non solo sugli avversari, ma sugli alleati.
Il rischio maggiore è che questa strategia possa isolare gli Stati Uniti dai propri alleati, innescare guerre economiche che impoveriscono la classe media, e fratturare il tessuto sociale interno sotto il peso delle “cacce ai sovversivi”. Il tiro verso l’interno — la criminalizzazione del dissenso burocratico, la purga delle istituzioni — è la parte della NSS di cui si parla meno nei consessi europei e che invece merita la massima attenzione. Una democrazia che classifica la resistenza istituzionale come “sovversione” non esporta più il suo modello: esporta la sua patologia.
La crisi di fiducia con Washington è ormai strutturale e costringe l’Europa a ripensare la propria sicurezza. La parola “strutturale” è la più importante. Non si tratta di Trump come anomalia destinata a passare. Si tratta di una ridefinizione permanente del rapporto transatlantico. Qualsiasi futura “contro-NSS”, anche sotto un’amministrazione democratica, dovrebbe probabilmente mantenere alcuni temi dell’era Trump: redistribuzione degli oneri, critica delle istituzioni globali, una definizione più ristretta degli interessi americani e la centralità degli interessi economici.
Epilogo: cosa deve imparare l’Italia
La lezione italiana dalla NSS 2025 è triplice e non ha colori politici.
Prima lezione: la fedeltà atlantica va distinta dalla subalternità atlantica. Si può essere pro-NATO e anti-vassallaggio. Si può condividere i valori occidentali senza accettare che l’alleato definisca unilateralmente le regole del gioco.
Seconda lezione: il Mediterraneo è la nostra vera frontiera strategica, non il confine est dell’Europa. La NSS assegna a Siria, Libano e al gas del Mediterraneo orientale un ruolo da cerniera economica. L’Italia è geograficamente e storicamente il paese più attrezzato per occupare quel ruolo. Farlo richiede una politica estera che non sia un riflesso di Washington ma un’elaborazione autonoma degli interessi nazionali.
Terza lezione: la democrazia non è un optional della sicurezza. Una NSS che non cita mai “international law”, che invita all’interferenza nei processi politici europei, che tratta gli alleati come clienti non è un modello da imitare. È un problema da gestire con gli occhi aperti.
Roma ha visto molte potenze venire e andare. Sa che le alleanze durano finché convengono, e che convengono finché si è abbastanza forti da far valere la propria parte del contratto. Il momento di costruire quella forza — militare, industriale, diplomatica, istituzionale — è adesso. Non quando il padrone ha già deciso i termini del prossimo rinnovo.
Fonti principali: National Security Strategy 2025 (Casa Bianca, 4 dicembre 2025); analisi Brookings Institution, Congressional Research Service, ISPI, Geopolitica.info; vertice NATO all’Aia (giugno 2025); Vatican News, Il Post, Il Sole 24 Ore.
