Il Pakistan ha bombardato un centro di riabilitazione per tossicodipendenti con duemila letti. Poi ha spiegato che cercava terroristi. Qualcuno ha creduto alla spiegazione.
Esiste un linguaggio appositamente costruito per rendere tollerabile l’intollerabile. Lo conosciamo bene, lo sentiamo ogni volta che un esercito colpisce dove non dovrebbe colpire. Si chiama “missione”, si chiama “obiettivo”, si chiama “azione di dissuasione”. Si chiama, nel caso del bombardamento pakistano su Kabul, “distruzione di depositi di armi e covi di terroristi”. Il risultato, in questo caso, è un ospedale di riabilitazione per tossicodipendenti con duemila letti ridotto a macerie, quattrocento morti stimati, duecento feriti, e squadre di soccorso che scavano tra resti che non riescono nemmeno a identificare.
Duemila letti. Non una caserma. Non un deposito. Un luogo dove si portavano i malati.
Il Pakistan dice che non lo sapeva, o che non importava, o che importava meno dei terroristi che sosteneva di cercare. Islamabad ha la sua versione: l’area ospitava anche un campo di addestramento militare, anche il quartier generale del ministero della Difesa talebano, anche strutture che giustificavano l’intervento. Forse è vero. Forse in quella zona, come in ogni zona di conflitto prolungato, il militare e il civile si sovrappongono fino a diventare indistinguibili. Ma duemila letti di riabilitazione non diventano un obiettivo militare perché nelle vicinanze c’è una caserma. I pazienti che li occupavano non diventano effetti collaterali accettabili perché qualcuno ha deciso che la deterrenza viene prima della loro vita.
Quattrocento morti. In un ospedale. Di notte.
L’India, con la consueta generosità dei vicini in conflitto permanente, ha definito la strage un massacro “giustificato”. La Cina, che teme l’instabilità alle porte dello Xinjiang, gioca la carta del dialogo. Il regime talebano — che di ospedali ne ha distrutti qualcuno anche lui, e che gestisce l’Afghanistan con metodi che non ammettono lezioni di umanità — convoca i diplomatici e parla di fiducia tradita. Tutti hanno la loro posizione. Tutti hanno i loro interessi. Nessuno ha i loro quattrocento morti.
Chi li ha è la popolazione di Kabul. Quella che l’ong italiana Nove, presente in Afghanistan da oltre dieci anni, descrive come terrorizzata — parola precisa, non retorica. Terrorizzata nel senso tecnico: convinta che non esistano più posti sicuri. Che se un centro medico può essere colpito, allora tutto può essere colpito. Che il conflitto definito “a bassa intensità” dagli analisti — con quella distanza olimpica che solo chi non ci vive può permettersi — è per chi lo subisce una guerra a tutti gli effetti, con le sue logiche implacabili e la sua geometria casuale.
C’è qualcosa di osceno nella formula “bassa intensità”. Bassa per chi? Per i pianificatori militari che misurano l’intensità in termini di risorse impiegate, di missili lanciati, di basi coinvolte. Non per chi stava in uno di quei duemila letti quando i caccia pakistani hanno sganciato il loro carico. Per loro l’intensità era massima. Era tutto.
Il Pakistan si giustifica con il Tehrik-i-Taliban, il movimento talebano che opera dal territorio afghano contro obiettivi pakistani e che Islamabad considera — non a torto — una minaccia esistenziale. È una giustificazione che ha una sua logica interna, persino una sua coerenza strategica. Il problema è che la logica strategica e la coerenza militare non resuscitano i morti. Non ricostruiscono un ospedale. Non restituiscono ai familiari che scavano tra le macerie qualcosa di riconoscibile da seppellire.
La domanda che nessuno vuole fare — perché risponderle significherebbe mettere in discussione l’intera architettura della guerra moderna — è questa: a che punto la deterrenza diventa strage? A che punto la missione diventa crimine? A che punto il “covo di terroristi” diventa semplicemente un edificio pieno di persone che avevano il torto di stare nel posto sbagliato quando qualcuno ha deciso che quel posto andava distrutto?
Quattrocento morti. Duecento feriti. Duemila letti. Un ospedale.
Le risposte, come sempre, le pagano i soliti.
