Orban sceglie la Russia in un momento delicato per la sua rielezione. Possibile simulazione di attentati per accrescere il consenso con la paura
C’è qualcosa di antico e insieme di sgradevolmente moderno nel modo in cui Viktor Orbán sta combattendo la sua battaglia più difficile. Antico, perché il ricorso al nemico esterno come collante del consenso interno è vecchio quanto la politica stessa. Moderno, perché la macchina della disinformazione che lo sostiene è oliata, sofisticata, e lavora in tempo reale, con la precisione di un orologiaio e la spregiudicatezza di un baro.
La storia degli zaini con esplosivi trovati a Kanjiža, a pochi metri dal gasdotto Balkan Stream che porta il gas russo verso Budapest, ha il profumo inconfondibile di un copione scritto altrove. Lo dice il tempismo — a sette giorni dal voto del 12 aprile. Lo dice la fonte — Aleksandar Vučić, il premier serbo la cui fedeltà a Mosca è cosa nota. Lo dice la reazione fulminea di Orbán, che sembrava aspettare quella notizia come un attore aspetta il suo ingresso in scena: Consiglio di sicurezza riunito d’urgenza, visita al gasdotto, allarme nazionale, “economia a rischio”. E lo dice, con rara franchezza, il Washington Post, che due settimane fa rivelava come i servizi segreti di Putin avessero suggerito agli ungheresi addirittura di simulare un attentato contro lo stesso Orbán per ribaltare i sondaggi.
Il problema di Orbán è semplice, nei numeri: Peter Magyar lo batte di una quindicina di punti. Il problema di Orbán è però complicato nella soluzione, perché Magyar è un conservatore, ex uomo di Fidesz, non un nemico ideologico facile da demolire con l’accusa di essere un servo di Bruxelles o un burattino di Soros — il vecchio spauracchio, ormai logoro. Così Zelensky ha preso il posto di Soros sui manifesti di Orbán, affiancato proprio a Magyar: “Sono pericolosi. Fermiamoli”. La guerra in Ucraina, per Orbán, non è una tragedia da risolvere ma una risorsa da sfruttare.
In questo quadro, la bomba sul gasdotto — vera o falsa che sia, e i segnali indicano con forza la seconda ipotesi — serve a stringere il cerchio. Serve a dire agli ungheresi che il pericolo è alle porte, che chi vuole cambiare governo apre la strada ai sabotatori, che solo Fidesz può proteggere il riscaldamento d’inverno e i conti del mese. È un ricatto emotivo travestito da sicurezza nazionale.
Kiev ha risposto con fermezza: nessun coinvolgimento, anzi si tratta di “un’operazione sotto falsa bandiera russa, parte dell’interferenza di Mosca nelle elezioni ungheresi”. Il Cremlino, con la consueta faccia tosta, ha invece indicato “con grande probabilità” proprio l’Ucraina come responsabile. Il ministro degli Esteri ungherese Szijjártó — quello della telefonata con Lavrov in cui si offriva “sempre a disposizione” di Mosca — ha assecondato la narrazione. Il cerchio si chiude, perfetto nella sua oscenità.
Resta la domanda più importante: funzionerà? Nel 2022 Orbán vinse con una maggioranza schiacciante nonostante i sondaggi non favorevoli. Ma non così sfavorevoli come ora, e non con un avversario così difficile da demonizzare. Gli ungheresi — ricorda Magyar nei suoi comizi — sanno cosa significa avere i carri armati russi in casa: il 1956 è lontano settant’anni, ma non è dimenticato. La sovranità, quella vera, non si ottiene dipendendo dal gas di Putin e dalle istruzioni del Cremlino su come vincere le elezioni.
Il 12 aprile si vota. E si vedrà se una bomba — trovata al momento giusto, nel posto giusto, da parte del governo giusto — basta ancora a tenere in piedi un regime.
