Dopo Andrew, Scotland Yard convoca anche l’ex ministro Mandelson, presunto pedofilo nel caso Epstein
Gli arresti di Andrew e Mandelson mostrano una giustizia britannica rapidissima quando il caso Epstein tocca i nervi scoperti del potere. Ma la sensazione è che il sistema stia correndo soprattutto per salvare sé stesso — Corona compresa — più che per rimettere al centro le vittime. E intanto, nonostante il clamore, non c’è ancora una sola condanna né una carcerazione definitiva.
La giustizia britannica, in queste ore, va giù come un treno.
Prima Andrew Mountbatten-Windsor, poi Peter Mandelson: arresti, perquisizioni, interrogatori, comunicati calibrati, macchina investigativa in moto senza esitazioni. Il messaggio è chiaro: nel Regno Unito, almeno in apparenza, nessuno è troppo in alto per finire in una volante. Nemmeno un fratello del re. Nemmeno un grande regista del New Labour.
Eppure, proprio in questa efficienza c’è qualcosa che stona.
Perché il treno corre, sì, ma sembra correre soprattutto sul binario della autoconservazione dell’establishment. La Corona prende le distanze. Downing Street prende le distanze. Il Labour prende le distanze. Tutti si affrettano a dire: noi no, noi non sapevamo, noi collaboriamo, noi rispettiamo la legge. Formula perfetta. Ma anche formula difensiva. È il linguaggio di un sistema che vuole dimostrare di essere più forte dello scandalo che lo travolge.
Il punto che pesa di più, politicamente, è proprio quello che sollevi tu: Carlo potrebbe aver avuto segnali già dal 2019.
Su questo va mantenuta una distinzione netta: non siamo davanti a una verità processuale, ma a ricostruzioni giornalistiche rilanciate in questi giorni (sulla base di email citate dalla stampa britannica) secondo cui il sovrano sarebbe stato avvertito anni fa di condotte opache del fratello e dell’uso del nome reale in affari discutibili. Se confermato, non significherebbe necessariamente complicità penale. Ma sarebbe devastante sul piano simbolico: vorrebbe dire che il problema era noto da tempo e gestito prima come imbarazzo dinastico, poi come emergenza istituzionale.
Ed è qui che si vede il cuore del problema: le vittime restano ai margini.
Nella narrazione pubblica di queste ore il centro non è il male fatto da Epstein e dal suo sistema. Il centro è un altro: documenti riservati, condotta impropria in cariche pubbliche, imbarazzo costituzionale, tenuta del governo, tenuta della monarchia. Anche nel caso Mandelson, l’ipotesi investigativa riguarda il misconduct in public office, non reati sessuali. È un’accusa gravissima, certo, perché tocca la fiducia nello Stato. Ma resta il fatto che il baricentro morale della vicenda si è spostato: l’indignazione scatta pienamente quando il potere danneggia il potere.
In altre parole: se il problema è “solo” la prossimità a Epstein, il sistema tergiversa per anni; se emergono carte, email e possibili fughe di notizie sensibili, allora il sistema accelera.
Anche la formula — corretta ma politicamente eloquente — “nessuna incarcerazione finora” dice molto.
Sì, ci sono stati arresti. Ma arresto non significa condanna. Andrew, secondo le ricostruzioni Reuters, è stato arrestato e poi rilasciato; Mandelson è stato fermato e interrogato nell’ambito di un’indagine ancora in corso. È il funzionamento normale dello Stato di diritto britannico, e va riconosciuto. Ma intanto l’effetto pubblico è già prodotto: le immagini dell’arresto ripuliscono l’istituzione più di quanto, per ora, abbiano riparato la verità delle vittime.
Per questo l’impressione finale è doppia, e amarissima.
Da una parte, c’è una lezione di forza istituzionale: Scotland Yard mostra che può toccare i piani alti.
Dall’altra, c’è una lezione di cinismo: il sistema britannico sembra mobilitarsi con la massima energia soprattutto quando il contagio Epstein minaccia il prestigio della Corona, la credibilità del governo, la rispettabilità delle élite.
La giustizia corre. Ma il dolore delle vittime, ancora una volta, resta a piedi.
