Solo a fine febbraio 2026 sono diventate pubbliche — e verificabili — le immagini di ciò che sarebbe accaduto nel novembre 2025 nel campo profughi di al-Far’a, in Cisgiordania: un quattordicenne palestinese, Jad Jadallah, colpito a distanza ravvicinata, rimasto a terra a dissanguarsi mentre un cordone di soldati avrebbe impedito a due ambulanze di raggiungerlo. Non è solo una morte: è una scena che inchioda un sistema davanti alla domanda più elementare di ogni civiltà, quella del soccorso negato.

Pezzo (senza plagio, con indignazione)

C’è un’oscenità che supera lo sparo: è l’attesa. Quello spazio di tempo in cui la vita può ancora essere salvata e invece viene sospesa, amministrata, trattenuta. La cronaca ci costringe a guardare non soltanto una morte, ma una modalità di potere: il potere di concedere o negare l’ambulanza.

Le immagini rese disponibili e rilanciate a fine febbraio 2026 riguardano un fatto avvenuto a novembre 2025. Ed è già un primo scandalo: la verità arriva tardi, quando il sangue si è asciugato e la narrazione ha avuto tempo di organizzarsi. Ma proprio questa tardività rende ancora più necessario guardare: perché ciò che emerge non è “un momento confuso”, bensì un possibile schema.

Secondo la ricostruzione basata su video e testimonianze, Jad Jadallah, 14 anni, viene colpito durante un’incursione nel campo profughi di al-Far’a. Crolla in un vicolo. Attorno a lui si forma un cordone di militari; nel frattempo arrivano — o provano ad arrivare — soccorritori palestinesi. La Mezzaluna Rossa sostiene che un’ambulanza giunge in pochi minuti ma viene fermata e costretta a rimanere a distanza; un paramedico racconta di essere rimasto bloccato a lungo, mentre una seconda ambulanza sarebbe stata respinta da un’altra direzione. Un ragazzo ferito, a terra, e la medicina tenuta fuori: questa è la fotografia morale.

L’esercito israeliano ha dichiarato che sarebbe stato prestato un primo trattamento medico, ma senza chiarire tempi e modalità. E qui l’opacità non è burocrazia: è parte del problema. Perché quando un adolescente muore in un vicolo e la domanda pubblica riguarda i minuti, rispondere senza minuti significa non rispondere.

Poi c’è il livello più tossico, quello del racconto che si costruisce sopra un corpo: l’accusa che Jad avrebbe lanciato una pietra — elemento che, nelle regole d’ingaggio invocate, potrebbe giustificare l’uso di forza letale. Ma nelle immagini compare un gesto inquietante: un militare che depone un oggetto accanto al ragazzo e lo fotografa. Non basta per una condanna, certo. Ma basta per porre una domanda ineludibile: si stava documentando un fatto o fabbricando una prova? E se anche solo questa domanda è plausibile, allora siamo già oltre lo scontro: siamo dentro un abisso.

In questa storia, il punto non è alimentare tifo o odio. Il punto è difendere una soglia di umanità che dovrebbe essere condivisa da chiunque: il ferito va soccorso. Sempre. Anche se ha commesso un reato. Anche se è il “nemico”. Anche se l’aria è carica di paura. Perché quando l’assistenza medica diventa una concessione, si è già perso il senso della legge e si sta educando una società alla disumanizzazione.

E infine resta una ferita nella ferita: le notizie secondo cui il corpo non sarebbe stato restituito alla famiglia, lasciando zone d’ombra su ferite, dinamica e tempi della morte. Anche questo non è un dettaglio: trattenere un corpo significa trattenere verità, lutto, persino la possibilità di una chiusura umana.

A fine febbraio 2026, dunque, non “scopriamo” solo un fatto di novembre 2025. Scopriamo una cosa più inquietante: quanto velocemente può diventare normale che un ragazzo resti a terra, e che l’ambulanza aspetti. E se questa normalità passa, allora non c’è comunicato che possa salvarci: perché non è solo Jad a essere stato colpito. È l’idea stessa che, davanti a un ferito, la civiltà debba avere l’ultima parola.