Uccisa una madre di famiglia a Minneapolis solo perché presa dal panico in un controllo di Polizia

Una donna di 37 anni, Renee Nicole Good, cittadina statunitense, madre e poetessa, è morta a Minneapolis il 7 gennaio 2026 colpita alla testa da colpi esplosi da un agente federale dell’ICE durante un fermo in strada. 

Non è una “notizia” come le altre. È un punto di rottura morale.

Perché qui non siamo davanti alla fatica ordinaria — e già controversa — del controllo dell’immigrazione. Siamo davanti a una dinamica in cui la forza pubblica, nel cuore di un quartiere residenziale, a un miglio dal luogo dove nel 2020 morì George Floyd, decide che la risposta immediata a un’auto che si muove è l’arma da fuoco a distanza ravvicinata. E mentre i video circolano e la città guarda attonita, la narrazione si spezza in due: autodifesa per i federali; azione evitabile e non coerente con quella versione per le autorità locali, a cominciare dal sindaco. 

A inquietare non è solo il sangue versato. È la parola scelta per incorniciarlo.

“Terrorismo interno”, ha detto la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, attribuendo alla donna l’intenzione di colpire gli agenti con il veicolo.  Ma definire “terrorismo” ciò che appare, al minimo, una situazione confusa e concitata, è una torsione linguistica pericolosa: quando lo Stato alza il tono morale per giustificare il proprio uso della forza, spesso prepara il terreno a un’ulteriore escalation. La retorica non è neutra: o guarisce, o avvelena.

E poi c’è il fatto più grave, istituzionalmente: la trasparenza negata. Il Minnesota Bureau of Criminal Apprehension ha dichiarato di essere stato escluso dall’accesso a prove e materiali d’indagine, con l’FBI lasciato come unica autorità investigativa.  In uno Stato di diritto, la verità non teme la luce; l’autorità, se è giusta, non teme il contraddittorio; l’indagine, se è seria, non teme il controllo reciproco tra livelli istituzionali. Quando invece “si chiude il perimetro”, si crea un sospetto che nessun comunicato potrà poi disinnescare.

Qui la coscienza cattolica ha un dovere: non quello di alimentare rabbia, ma di chiamare le cose con il loro nome.

La Dottrina sociale della Chiesa ricorda che l’autorità politica è legittima solo se ordinata al bene comune e rispettosa della dignità di ogni persona. La vita umana — sempre, anche quando è scomoda, anche quando è fraintesa, anche quando è sospetta — non è una variabile di gestione dell’ordine pubblico. È un bene indisponibile. E l’uso della forza, anche quando necessario, deve essere proporzionato, ultimo, rendicontabile.

Per questo indignarsi è un atto cristiano quando l’indignazione nasce dall’amore per l’uomo e dal rifiuto della logica dello scarto. Ma l’indignazione cristiana non si ferma al grido: chiede criteri, responsabilità, conversione delle prassi.

Per raggiungere una verità piena e verificabile, c’è bisogno della pubblicazione integrale dei protocolli operativi, dei filmati disponibili, delle catene di comando, e un’indagine che non sia percepita come autogestita.  

Occorrono, inoltre, regole chiare sull’uso delle armi contro veicoli in movimento: se una prassi mette in conto la morte come esito “normale”, quella prassi va cambiata.

È ora che si separi sicurezza e propaganda: chiamare “terrorista” una madre uccisa, prima ancora che un’indagine condivisa abbia accertato i fatti, è moralmente indecente e politicamente incendiario.  

Quanto alle politiche migratorie umane, infine, l’applicazione della legge non può diventare una caccia; e nessuna “repressione” può pretendere di pacificare una società già ferita se semina paura.

    Minneapolis ha conosciuto, non molto tempo fa, cosa accade quando una comunità percepisce che la vita dei piccoli vale meno. È per questo che oggi, davanti a un’altra morte contestata, l’America non può cavarsela con uno slogan, e noi non possiamo cavarcela con un’alzata di spalle.

    Per chi crede, c’è anche una preghiera da dire — non come fuga spirituale, ma come giudizio davanti a Dio: per Renee Good, per suo figlio, per la sua famiglia; e perfino per l’agente che ha premuto il grilletto, perché nessuno si salva da solo e nessuno si redime senza verità. Ma alla preghiera deve seguire la richiesta di giustizia: quella che non vendica, ma ricostruisce; non umilia, ma responsabilizza; non nasconde, ma illumina.