Quando la pace diventa un marchio registrato e i “board” sostituiscono le istituzioni, la Santa Sede farebbe bene a ricordare che la sua forza non sta nel sedersi al tavolo del più potente, ma nel restare in piedi davanti alla coscienza del mondo. Entrare nel gioco di Trump significherebbe scambiare l’autorità morale con una pedina geopolitica: un rischio che la Chiesa, se vuole restare davvero madre e non sponsor, non può permettersi.

Nel gioco concitato delle diplomazie globali, il nome del Papa è spesso evocato come simbolo ultimo di autorità morale, di saggezza e di impegno per la pace. Così è accaduto di nuovo in questi giorni, quando il presidente degli Stati Uniti ha invitato la Santa Sede a partecipare al Board of Peace, una nuova iniziativa internazionale promossa dagli Stati Uniti per la ricostruzione di Gaza e, secondo alcuni commentatori, per rimodellare l’ordine diplomatico mondiale.  

L’invito è stato accolto con cortese attenzione da parte della Santa Sede, e il cardinale Segretario di Stato ha dichiarato che la questione è in fase di ponderata riflessione. La posizione ufficiale finora è chiara: il Vaticano non può partecipare da un punto di vista economico, né intende iscriversi a un organismo che rischia di porsi come alternativa al sistema multilaterale che ha le Nazioni Unite al centro.  

In queste parole si condensa una riflessione più profonda: la Santa Sede non deve entrare nel gioco del monopolio di legittimazione politica, soprattutto quando quel gioco è costruito attorno alla visione e al comando di un singolo capo di Stato, e soprattutto quando l’iniziativa porta con sé ambizioni di potere più che di servizio.

Il cristianesimo non è un vettore di potere economico o geopolitico da utilizzare come merce di scambio. La sua grandezza – e, al tempo stesso, la sua fragilità intrinseca – sta nella capacitazione morale, non nell’accentramento decisionale. Accedere a un organo internazionale presieduto in modo permanente da un solo individuo significherebbe, perlomeno simbolicamente, legittimare una visione gerarchica concentrata di ciò che dovrebbe essere un dialogo plurale tra nazioni e culture.  

È utile ricordare che la questione non riguarda solo la legittimità di un progetto diplomatico: riguarda anche la percezione pubblica della Chiesa nel mondo. Accogliere un invito di questo tipo potrebbe apparire come un avallo a dinamiche politiche in cui la solidarietà e la pace vengono proclamate, ma non sempre praticate in modo imparziale. La Chiesa cattolica deve infatti mantenere una posizione super partes, non solo negli affari religiosi, ma in quelli che toccano direttamente la costruzione di giustizia e di pace nella politica internazionale.

La legittimità morale non si ottiene partecipando a un consiglio che pretende di operare come alternativa o parallelo alle istituzioni multilaterali esistenti, ma restando fedele al ruolo di ponte tra i popoli e di voce critica delle ingiustizie. È questa la funzione di una religiosa che vuole essere davvero parte della costruzione della pace: non un attore tra gli attori politici, ma un richiamo alle responsabilità etiche di ciascuno.

Il rischio di sfruttare il prestigo papale come carta di legittimazione geopolitica non riguarda solo la Chiesa, ma tutto l’ordine internazionale. La costruzione di organismi globali che portano il marchio di un solo leader – per quanto potente o carismatico – rischia di scavalcare le regole e le istituzioni che per decenni sono state percepite come spazi di riflessione collettiva e di negoziazione multilaterale. In un mondo così complesso, nessun modello di pace può essere imposto dall’alto o affidato alla persona di un singolo Stato: la pace si costruisce attraverso processi inclusivi, consultivi, basati sul rispetto del diritto internazionale e sulla partecipazione di tutte le parti coinvolte.  

La Santa Sede ha una grande libertà morale: quella di non farsi trascinare nella spirale dei “consigli di potere” quando questi rischiano di ridurre l’etica a strumento di realpolitik, anziché lasciare che l’etica orienti la politica. In questo, sta la sua vera forza: non nel sedersi al tavolo di chi intende dominare il discorso globale, ma nel mantenersi voce libera, capace di ricordare che la pace non è un premio da conquistare, ma un orizzonte da perseguire insieme, senza gerarchie predefinite e senza pretese esclusive di rappresentanza.

E questo è un monito che va oltre Trump, oltre Gaza, oltre qualsiasi board: la Chiesa non deve correre dietro al potere, ma piuttosto ricordare al potere il valore della pace che non può essere monopolio di nessuno.