Decine di agenti di polizia e carabinieri coinvolti in furti alla Coin con la complicità di una cassiera talpa

C’è un punto in cui la cronaca smette di essere solo cronaca e diventa termometro civile. È il punto in cui a incrinarsi non è soltanto la condotta di alcuni individui, ma la fiducia collettiva nelle istituzioni. Ed è precisamente ciò che accade quando, in uno dei luoghi più sensibili d’Italia — la stazione Termini, simbolo di transito, allarme, controllo e vulnerabilità — finiscono sotto indagine uomini e donne delle forze dell’ordine con l’accusa di aver partecipato a un sistema di furti nello store Coin di via Giolitti.

Il danno, prima ancora che economico, è simbolico.

Perché il cittadino comune, già spaventato da borseggi, aggressioni, degrado e microcriminalità, vede la scena capovolta: chi dovrebbe garantire la legalità viene sospettato di averla violata. E in questo capovolgimento matura un veleno sociale pericolosissimo: la sfiducia. La sfiducia nello Stato, nella divisa, nella giustizia. La sfiducia che alimenta rabbia, qualunquismo, pulsioni imitative (“se lo fanno loro…”), oppure un’indignazione cieca che finisce per colpire indistintamente tutti, anche chi ogni giorno serve con onore.

È qui che bisogna fermarsi. E respirare.

Perché uno Stato serio non assolve in blocco e non condanna in massa. Non santifica le categorie e non le demonizza. Accerta. Indaga. Giudica. Punisce i colpevoli, tutela gli innocenti. È questa la differenza tra una democrazia e una curva da stadio.

L’inchiesta su Termini, per come è stata raccontata, descrive un meccanismo umiliante nella sua banalità: non il grande colpo, non il film criminale, ma la piccola infedeltà ripetuta, il favore, il prezzo ritoccato, lo scontrino di comodo, il POS simulato, la busta preparata dietro una cassa. Un sistema minuto e corrosivo. È proprio questa normalità del presunto abuso a colpire: la quotidianità del gesto, l’abitudine, il sentirsi forse intoccabili. E invece no: in uno Stato di diritto non dovrebbe esserlo nessuno.

Per questo è pericoloso anche il linguaggio politico quando diventa propaganda di riflesso.

Difendere “la divisa” è doveroso. Ma difenderla davvero significa difenderne l’onore, non trasformarla in uno scudo automatico contro ogni critica o ogni indagine. Chi fa il ministro — e vale per tutti, non solo per il Viminale — dovrebbe sapere che ogni parola pubblica pesa il doppio: una volta sul consenso, una volta sulla coscienza civile del Paese. Se il messaggio implicito è che gli uomini in uniforme vadano protetti sempre e comunque, si finisce per ottenere l’effetto opposto: si isola la parte sana delle forze dell’ordine e si offre un boomerang perfetto a chi vuole delegittimarle tutte.

È una stagione delicata, e si sente.

Nel dibattito pubblico circolano proposte di “scudi”, semplificazioni penali, suggestioni che sembrano spostare il baricentro dalla responsabilità all’immunità. Ma la Costituzione — quella che ogni servitore dello Stato giura di osservare — non conosce cittadini di serie A e di serie B. La legge è uguale per tutti non è uno slogan d’archivio: è il presidio minimo che impedisce alla paura di trasformarsi in arbitrio.

Eppure, attenzione: fare pulizia non significa gettare fango indiscriminato.

Gli stessi investigatori dell’Arma e i reparti operativi che hanno condotto gli accertamenti dimostrano che lo Stato, quando vuole, sa correggere se stesso. È un punto decisivo. La notizia non è solo che ci siano indagati in divisa; la notizia è anche che altre divise hanno indagato senza sconti. È questa la risposta istituzionale più forte, ben più di ogni slogan: la capacità dello Stato di non coprire le proprie mele marce.

Anche la difesa, com’è giusto, fa il suo mestiere e ricorda arresti, denunce, servizi svolti, risultati ottenuti. È un richiamo che merita ascolto, perché un avviso di garanzia non è una sentenza e il garantismo vale per tutti, compresi i carabinieri e i poliziotti. Ma proprio per questo il piano della giustizia e il piano della comunicazione vanno tenuti distinti: né gogna preventiva né assoluzione corporativa.

Intanto il Paese reale osserva.

Osserva a Termini, dove ogni giorno si incrociano pendolari, turisti, poveri, borseggiatori, pattuglie, volontari, tassisti, addetti ai negozi. Osserva nelle periferie, dove la sicurezza non è una teoria ma una faccenda concreta. Osserva anche online, dove personaggi come Cicalone intercettano e amplificano la percezione di insicurezza urbana con video, ronde mediatiche e denuncia di borseggi e degrado: un fenomeno che piaccia o no dice qualcosa del vuoto di fiducia che si sta aprendo tra cittadini e istituzioni. Se quel vuoto cresce, lo spazio pubblico lo occupano gli influencer della paura, non lo Stato.

E allora la reazione del governo dovrebbe essere una sola, limpida e adulta: sostenere le forze dell’ordine sane, pretendere rigore assoluto da chi sbaglia, evitare la retorica muscolare, difendere il lavoro della magistratura e degli investigatori, e soprattutto ricostruire fiducia con trasparenza. Non con la locomotiva delle dichiarazioni, ma con la pazienza delle istituzioni.

Perché una divisa rispettata non è una divisa intoccabile.

È una divisa credibile. E la credibilità, come la fiducia, si perde in fretta e si riconquista solo con verità, giustizia e misura.