Ci sono immagini che valgono più di un vertice: un aereo russo che atterra a New Delhi con Vladimir Putin e il suo ministro della Difesa a bordo, mentre sullo sfondo rimbombano le nuove tariffe del 50% imposte da Donald Trump sulle merci indiane. Due mondi che per decenni l’India ha tenuto insieme, oggi entrano in rotta di collisione proprio sul suo territorio.

Da una parte c’è la Russia, vecchio alleato strategico, fornitore storico di armi, partner affidabile quando l’Occidente guardava altrove. Dall’altra ci sono gli Stati Uniti, divenuti negli ultimi vent’anni il pilastro della modernizzazione economica e militare indiana, e oggi irritati per il greggio russo scontato che tiene in piedi, almeno in parte, la macchina di guerra del Cremlino. Nel mezzo, Narendra Modi: costretto a trasformare l’“autonomia strategica” da formula diplomatica a ginnastica quotidiana.

La visita di Putin non è un semplice rituale bilaterale. Arriva dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina, con Mosca sempre più dipendente dall’export energetico e dal mercato delle armi, e con l’India promossa – suo malgrado – al rango di ago della bilancia.

Il Cremlino mette sul tavolo ciò che ha ancora da offrire: sistemi S-400 da completare, possibili co-produzioni del caccia Su-57, promesse di tecnologia militare condivisa. New Delhi, da parte sua, sa di non potersi permettere un taglio secco: troppa parte del suo hardware è di fabbricazione russa, troppi pezzi di ricambio, troppa memoria storica comune.

Ma il contesto non è più quello della Guerra fredda.

Trump ha scelto un’altra strada: colpire l’India non sul piano dei valori, ma su quello del portafoglio. Tariffe punitive sulle esportazioni, pretesto perfetto: il petrolio russo a prezzo di saldo che finisce nelle raffinerie indiane. È la versione trumpiana della moral suasion: non ti dico cosa è giusto, ti dico cosa ti costa.

Risultato: New Delhi riduce gli acquisti di greggio russo, ma senza recidere il filo. Prova a diversificare, cerca di non farsi schiacciare dalla logica binaria “con noi o contro di noi”. Ciò che per Washington è un test di fedeltà occidentale, per l’India è un rischio concreto: perdere Mosca significherebbe spingerla ancora di più verso Pechino, proprio mentre il confine himalayano resta una linea di frizione aperta.

È qui che emerge la vera posta in gioco.

Per Putin, la foto accanto a Modi è un messaggio al mondo: la Russia non è isolata, ha ancora partner di peso fuori dall’Occidente. Per Modi, la stessa foto significa altro: l’India non è un vassallo, nemmeno degli Stati Uniti. La sua non-allineamento 2.0 non consiste nello stare nel mezzo, ma nello stare in alto, su un gradino da cui guardare tutti gli altri senza farsi arruolare.

E tuttavia, dietro la retorica della “relazione più stabile dei tempi moderni” tra India e Russia, c’è una realtà più spigolosa. Il commercio è esploso, ma è quasi interamente sbilanciato: l’India importa energia, cereali, armamenti; esporta poco, dissipa margini. Chiede accesso per pharma, auto, servizi; riceve in cambio promesse e qualche spiraglio. La dipendenza militare si somma a quella energetica, e mentre New Delhi parla di Make in India, Mosca continua a essere il benzinaio e l’officina.

La visita, allora, somiglia a una coreografia perfetta di questo tempo multipolare:

– Putin, leader di una potenza revisionista che usa la guerra come strumento di politica estera, cerca nel Sud globale l’ossigeno che gli nega l’Occidente;

– Trump, presidente di una superpotenza stanca di pagare i costi dell’ordine liberale, non esita a brandire dazi e sanzioni anche contro un partner come l’India;

– Modi, capo di un Paese che sogna di diventare il terzo polo, deve stringere la mano a entrambi senza perdere il proprio spazio di manovra.

Gli analisti lo chiamano “equilibrismo”. In realtà è molto più duro: è il tentativo di essere contemporaneamente cliente energetico di Mosca, partner strategico di Washington e contrappeso a Pechino. Una geometria destinata a reggere solo se chi la pratica ha il coraggio di dire no, almeno ogni tanto, a uno dei tre.

Per ora, il messaggio da New Delhi è chiaro ma fragile: con la Russia si continua, con gli Stati Uniti si negozia, con la Cina si diffida. La visita di Putin, nonostante la pressione americana, è il segnale che l’India non accetta ultimatum sul proprio approvvigionamento né sulla propria storia militare. Ma le tariffe di Trump ricordano che la potenza economica americana ha molti modi per far sentire il proprio peso.

In fondo, dietro i sorrisi di protocollo, la domanda vera è una: chi pagherà il conto di questa autonomia strategica?

Se l’India riuscirà a trasformare la visita di Putin in una leva per meglio trattare con Washington e per ridurre gradualmente la propria dipendenza dall’hardware russo, sarà stata una mossa di alto profilo. Se invece resterà schiacciata nel ruolo di “partner indispensabile” che tutti corteggiano ma nessuno rispetta davvero, sarà solo l’ennesima tappa di una storia in cui i grandi fanno la geopolitica e i medi ne subiscono le scosse.

Per ora, il vertice viene descritto come “solo un altro incontro annuale”. Ma in un mondo che cambia così in fretta, a volte è proprio la normalità a essere la più grande delle finzioni.