Marco Rubio parla ai giornalisti a Parigi, dopo una riunione del G7, e dice la frase che tutti stanno aspettando: “Possiamo raggiungere tutti i nostri obiettivi senza truppe di terra.” È una frase che, nel vocabolario della diplomazia militare americana, ha un suono preciso. Non è una rassicurazione. È una smentita preventiva. Si smentiscono preventivamente solo le cose che stanno diventando plausibili.
Il Pentagono ha spostato battaglioni di fanteria in Medio Oriente. I 2.200 marines della Task Force Tripoli, con tre navi cariche di caccia, convertiplani e mezzi blindati, saranno operativi entro ore. Migliaia di paracadutisti e incursori stanno convergendo su Gibuti, Giordania, Arabia Saudita. C’è persino lo squadrone di elicotteri speciali che catturò Maduro a Caracas. Nel frattempo, l’Iran avverte tre navi cargo di non attraversare lo Stretto di Hormuz, annuncia pedaggi su acque che il diritto internazionale considera di tutti, e lancia ogni giorno decine di missili e droni contro Israele e i paesi del Golfo. Sugli Emirati ne sono piovuti ventisei in un solo giorno: tutti intercettati, ma i rottami hanno ucciso due persone.
Rubio dice che non ci sarà bisogno di truppe di terra. L’alternativa implicita — quella che le truppe di terra servirebbero a realizzare — è già scritta nelle mappe operative del Pentagono.
Il problema è uno solo, nella sua brutale semplicità geografica: come si riapre lo Stretto di Hormuz finché l’Iran controlla la costa che lo delimita?
I droni MQ4 Triton che decollano da Sigonella hanno già fotografato ogni centimetro delle difese iraniane. I generali sanno dove sono i razzi, dove sono i bunker, dove sono le mine. Ma sapere non basta. I pasdaran stanno minando le coste dell’isola di Kharg — quella da cui transita il novanta per cento del greggio iraniano — e stanno dispiegando droni filoguidati che nessun sistema di disturbo elettronico riesce a neutralizzare. Una di queste macchine ha già distrutto un elicottero Blackhawk nelle mani delle milizie sciite irachene. Gli Osprey che trasporterebbero le squadre di assalto potrebbero fare la stessa fine.
I pianificatori militari americani stanno studiando le opzioni con la consapevolezza — espressa pubblicamente da un ex comandante supremo della NATO e da un ex capo del CENTCOM — che i rischi di un assalto a Kharg superano i benefici strategici. L’isola è troppo vicina alla terraferma iraniana. I giganteschi serbatoi di greggio, se incendiati, avvolgerebbero il teatro operativo in una nube nera che renderebbe impossibile qualsiasi manovra. Il vantaggio tattico si trasformerebbe in catastrofe ambientale ed economica in tempo reale.
Ci sono alternative. Konarak, sulla costa esterna del Golfo, fuori dalla trappola dello Stretto: servirebbe per alimentare l’insurrezione del Baluchistan, infiammare il fronte interno iraniano, aprire un secondo fronte. L’isola di Larak, in mezzo allo Stretto, senza rifugi sotterranei grazie alla sua natura corallina: ma di fronte c’è Qeshm, un blocco calcareo perforato di cunicoli in cui sono nascosti razzi e droni in quantità imprecisata. Poi ci sono Abu Musa e le isole Tunb, a metà strada tra Iran ed Emirati — che le rivendicano da decenni — con lunghe piste di decollo e assenza di popolazione civile. Gli americani le conoscono bene: nell’aprile del 1988 ci combatterono, in una battaglia che si chiuse con cinque unità navali iraniane distrutte e due piattaforme antisommergibile affondate. Potrebbero diventare trampolini di lancio per scortare le petroliere alleate e bloccare quelle iraniane. Potrebbero essere, nella visione dei più ottimisti, uno scacco matto.
Ma anche qui, il limite è lo stesso: nessuna di queste opzioni produce la vittoria risolutiva che Trump chiede per chiudere la guerra e dichiarare, davanti alle telecamere, che ha vinto.
Il vero problema non è militare. È narrativo. Trump ha bisogno di un finale. Ha detto inferno se le trattative falliscono. Ha posto scadenze, le ha prorogate, ne ha poste di nuove. Ha postato in maiuscolo sul suo social network avvertimenti ai leader iraniani. Ma l’Iran non sta cedendo: sta istituzionalizzando il blocco, trasformando l’emergenza in sistema, presentando un piano di pedaggi al proprio Parlamento come se lo Stretto fosse territorio sovrano da monetizzare. Non è il comportamento di un regime che si prepara ad arrendersi. È il comportamento di un regime che sta giocando la propria ultima carta con la consapevolezza che il tempo, forse, lavora per lui.
I negoziati, dice Rubio, non hanno ancora prodotto una risposta formale iraniana al piano in quindici punti di Trump. I funzionari di Teheran descrivono i contatti come “minimi e per lo più indiretti”. Le bombe continuano a cadere — venerdì sugli impianti nucleari di Arak e Ardakan, sulle acciaierie di Isfahan e Ahvaz — e l’Iran continua a rispondere con missili. Tredici soldati americani sono morti. Millecinquecento civili iraniani. Più di mille in Libano. Cinquanta nei paesi del Golfo.
E intanto i fertilizzanti non passano. Il gas naturale del Medio Oriente resta bloccato sulle rive sbagliate dello Stretto. In India rischiano di mancare i concimi per la stagione delle semine. In Australia, in Brasile, negli Stati Uniti stessi, gli agricoltori pagano urea a prezzi che non si vedevano da anni. Il prezzo del petrolio supera i centodieci dollari al barile. La quinta settimana consecutiva di perdite per l’S&P 500. Nelle Filippine si sciopera per il diesel.
Una guerra che pochi hanno voluto sta distribuendo il proprio costo a tutti, con la generosità cieca delle catastrofi.
C’è una frase attribuita a un veterano del Corpo dei Marines, a proposito delle operazioni anfibie su isole fortemente difese: “L’isola è come una mela, da mangiare un morso dopo l’altro.” È una metafora efficace per l’approccio militare: infiltrazione graduale, fuoco aereo e navale, zone sicure, poi i rinforzi. Pazienza. Metodicità. Sangue freddo.
Il problema è che questa guerra non sembra avere la pazienza di una mela. Ha la velocità di un tweet, la logica di un ultimatum, il ritmo di un ciclo di notizie che richiede un risultato entro la settimana. E le mele, mangiate di fretta, non nutrono: soffocano.
Rubio ha detto che la guerra finirà in settimane, non mesi. Forse ha ragione. Forse un accordo verrà trovato nell’angolo in cui entrambe le parti si sono cacciate, perché entrambe hanno bisogno di uscirne senza sembrare sconfitte. Ma ogni giorno che passa senza quel accordo, ogni missile che cade, ogni nave che viene respinta all’imbocco dello Stretto, ogni famiglia di agricoltore che scopre che il fertilizzante è diventato un lusso: tutto questo è il prezzo reale di una strategia che ha confuso la forza con la chiarezza, e la minaccia con il piano.
Le truppe di terra forse non ci saranno. Ma le conseguenze di questa guerra — sulle tavole, sui mercati, sui bilanci familiari, sulle città libanesi evacuate per l’ennesima volta — sono già sbarcate ovunque, senza elicotteri e senza Osprey.
Silenziose, capillari, impossibili da intercettare.
