Il ritiro dei militari italiani dal Kurdistan iracheno non nasce da una missione di guerra contro l’Iran, ma dal peggioramento di uno scenario in cui una presenza di addestramento anti-Isis è diventata improvvisamente esposta ai contraccolpi del conflitto regionale.
L’attacco con drone contro Camp Singara, nella zona aeroportuale di Erbil, ha cambiato il quadro politico e operativo della presenza italiana nel Kurdistan iracheno. Il governo ha deciso di procedere a un progressivo ripiegamento del contingente, dopo che il sito è stato colpito nella notte tra l’11 e il 12 marzo senza provocare vittime, ma con danni materiali e un incendio a un mezzo logistico. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito l’attacco deliberato, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che non ha senso lasciare i militari esposti a droni e missili in una fase di escalation regionale. Reuters riferisce che a Erbil erano rimasti 141 militari italiani, dopo che oltre 100 erano già rientrati e circa 40 erano stati trasferiti in Giordania.
Per capire davvero la notizia, però, bisogna chiarire un punto essenziale: gli italiani a Erbil non erano lì per partecipare alla guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran. Erano lì per una missione diversa, nata anni prima, con un obiettivo preciso: addestrare e rafforzare le forze di sicurezza curde del Kurdistan iracheno nel contrasto al Daesh, cioè all’Isis. Il Ministero della Difesa italiano definisce infatti “Prima Parthica” una missione di capacity building, cioè di costruzione di capacità operative locali, finalizzata a rendere più autonome le forze armate della Regione autonoma del Kurdistan nella lotta alla minaccia jihadista. A gennaio 2026, la Difesa italiana spiegava che l’operazione impiegava circa 300 militari italiani e che solo nel primo ciclo dell’anno erano stati addestrati 74 peshmerga in quattro corsi specialistici.
Dunque Erbil non era un presidio offensivo italiano nel senso classico del termine, ma soprattutto una piattaforma di addestramento, assistenza e coordinamento. I militari italiani lavoravano con i peshmerga curdi su corsi di combattimento ravvicinato, pianificazione tattica, tiro scelto e contrasto agli ordigni improvvisati. Reuters conferma che le truppe italiane a Erbil “mainly carry out training tasks with the Kurdish security forces”, cioè svolgevano principalmente compiti di formazione delle forze di sicurezza curde.
Questo spiega anche perché l’Italia fosse presente proprio nel Kurdistan iracheno. Dopo il 2014, con l’espansione dell’Isis tra Iraq e Siria, Erbil è diventata uno dei nodi principali della coalizione internazionale che sosteneva Baghdad e le autorità curde. In quella fase i peshmerga hanno rappresentato una delle forze di terra più importanti contro il Daesh nel nord dell’Iraq. L’Italia ha scelto di contribuire non tanto con una grande presenza da combattimento, quanto con istruttori, supporto logistico e collegamento operativo all’interno del quadro internazionale. La stessa Difesa italiana indica che “Prima Parthica” serve a favorire l’autonomia delle forze locali nel contrasto al Daesh.
Camp Singara, inoltre, non era una base isolata solo italiana. Reuters la descrive come una struttura che ospita personale NATO nell’ambito di Operation Inherent Resolve e sottolinea che si tratta anche di una base con presenza americana. Questo dettaglio è decisivo, perché aiuta a capire perché il sito sia diventato vulnerabile in una fase di guerra regionale allargata. Anche se il contingente italiano non era lì per colpire l’Iran, la base si trovava dentro una rete militare occidentale percepita come parte del dispositivo avversario da milizie filo-iraniane o da attori collegati alla crisi in corso.
In altre parole, gli italiani facevano addestramento anti-Isis, ma si sono ritrovati esposti al rischio di una guerra che non era la loro missione originaria. È il paradosso delle missioni di stabilizzazione quando il contesto strategico cambia all’improvviso: un presidio nato per rafforzare attori locali contro il jihadismo può trasformarsi, nel giro di pochi giorni, in un bersaglio potenziale di rappresaglie regionali. Tajani ha insistito proprio su questo punto, ribadendo che l’Italia non è in guerra e non vuole esservi trascinata.
C’è poi una seconda ragione per cui la presenza italiana a Erbil aveva un valore politico oltre che militare. L’addestramento ai peshmerga non era solo un compito tecnico: significava contribuire alla stabilizzazione di una delle poche aree relativamente più ordinate del nord iracheno, sostenere un alleato locale affidabile e mantenere un ruolo italiano dentro il dispositivo internazionale di sicurezza in Iraq. In questo senso, Erbil era per Roma anche un punto di presenza diplomatica e strategica nel Levante allargato. Non a caso Tajani ha parlato non solo di soldati, ma anche della forte riduzione del personale dell’ambasciata a Baghdad e del consolato a Erbil, con parte del personale trasferito in Turchia.
Il ritiro, quindi, non va letto come una smentita della missione in sé, ma come il riconoscimento che le condizioni di sicurezza sono radicalmente cambiate. Lo stesso comandante del contingente, il colonnello Stefano Pizzotti, ha spiegato che il personale era stato avvisato della minaccia aerea e si era rifugiato nei bunker prima dell’impatto del drone, evitando vittime. Segno che il livello di rischio era già percepito come alto e che la procedura di protezione era attiva.
Resta un dato politico di fondo. Per oltre un decennio la presenza italiana a Erbil ha avuto un profilo relativamente chiaro: aiutare le forze curde a non far rialzare la testa all’Isis. Oggi quel profilo si è offuscato perché la regione è entrata in una fase in cui i fronti si sovrappongono: guerra con l’Iran, milizie filo-iraniane in Iraq, basi NATO e americane nel raggio degli attacchi, spazio aereo insicuro, diplomazie in ripiegamento. In uno scenario simile, la missione anti-Daesh rischia di essere travolta da una logica diversa, più ampia e più pericolosa.
Ecco perché gli italiani erano a Erbil: non per aprire un nuovo fronte, ma per chiuderne uno vecchio, quello contro il jihadismo dello Stato islamico. Ecco perché ora se ne vanno: perché quel fronte, pur non scomparso, è stato sorpassato da una guerra regionale che ha reso troppo alto il rischio di restare in un luogo dove addestramento e deterrenza non bastano più a garantire sicurezza.
