L’approvazione, da parte della Commissione per la sicurezza nazionale della Knesset, di un disegno di legge che introduce la pena di morte per i reati di terrorismo rappresenta un passaggio grave, inquietante e profondamente regressivo. Non si tratta soltanto di una scelta legislativa interna: è un segnale politico che rischia di ridefinire – in senso autoritario – l’orizzonte giuridico e morale dello Stato di Israele.
A denunciare con forza questo sviluppo è il Servizio europeo per l’azione esterna, che ha espresso “profonda preoccupazione” per un provvedimento che, se approvato definitivamente, segnerebbe una rottura con una lunga tradizione di moratoria di fatto sulle esecuzioni. Una scelta che, negli anni, aveva distinto Israele nel contesto regionale, spesso segnato da pratiche repressive ben più dure.
Una deriva pericolosa
Il testo, ora atteso al voto finale in plenaria, prevede la pena capitale per individui condannati per terrorismo. Una misura che viene giustificata dai suoi promotori come strumento di deterrenza, ma che in realtà apre la strada a una pericolosa deriva.
Le parole della deputata Limor Son Har-Melech, esponente del partito di estrema destra Otzma Yehudit, sono emblematiche: “chi sceglie di uccidere gli ebrei perché sono ebrei perde il diritto alla vita”. Ancora più esplicito il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, che parla di “momento storico” e rivendica una linea “senza compromessi”.
Ma è proprio questo linguaggio – assoluto, identitario, punitivo – a destare allarme. La giustizia penale, in uno Stato di diritto, non può trasformarsi in vendetta istituzionalizzata. La pena di morte, lungi dall’essere un deterrente efficace, è riconosciuta a livello internazionale come una violazione dei diritti umani fondamentali.
Il richiamo dell’Europa (e del diritto)
L’Unione europea è netta: si oppone alla pena capitale “in tutti i casi e in ogni circostanza”. Non è una posizione ideologica, ma il risultato di un lungo percorso giuridico e civile che ha portato alla sua abolizione in tutti gli Stati membri.
Il rischio, sottolineato dal Seae, è che Israele rinneghi non solo una prassi consolidata, ma anche i propri impegni internazionali e i principi democratici sanciti nell’Accordo di associazione con l’Ue. In gioco non c’è soltanto una legge, ma la credibilità di un sistema che si è sempre presentato come democratico in un contesto complesso.
Sicurezza o scorciatoia autoritaria?
Il nodo centrale resta quello della sicurezza. Israele vive da decenni una situazione di conflitto e minaccia costante, ed è comprensibile che la questione del terrorismo sia percepita come esistenziale. Tuttavia, proprio nei momenti più difficili si misura la tenuta di uno Stato di diritto.
Introdurre la pena di morte non rafforza la sicurezza: la indebolisce, perché legittima una logica di escalation e rende più fragile il confine tra giustizia e rappresaglia. Inoltre, espone il sistema giudiziario a errori irreversibili, in un contesto dove i processi legati al terrorismo sono spesso complessi e controversi.
Un precedente che preoccupa
Se approvata, questa legge segnerebbe un precedente pericoloso non solo per Israele, ma per l’intera regione. In un Medio Oriente già attraversato da tensioni e conflitti, la reintroduzione della pena capitale per motivi politici rischia di alimentare ulteriori radicalizzazioni.
Non è un caso che la comunità internazionale guardi con crescente inquietudine a questa evoluzione. La lotta al terrorismo non può giustificare tutto. Quando uno Stato decide chi ha diritto di vivere e chi no, abdica a uno dei principi fondamentali della civiltà giuridica moderna.
Il disegno di legge sulla pena di morte in Israele non è solo una scelta legislativa: è un test politico e morale. E, allo stato attuale, appare come un passo indietro netto.
In un tempo segnato da guerre e violenze, la risposta non può essere un’ulteriore legittimazione della morte. Se davvero si vuole difendere la democrazia, bisogna avere il coraggio di farlo senza tradirne i valori fondamentali.
