Mentre il premier spagnolo Pedro Sánchez si accredita come voce critica contro la guerra in Iran, Madrid conferma l’invio della fregata Cristóbal Colón nel Mediterraneo orientale per la difesa di Cipro. Intanto, sul fronte interno, il governo accelera per inserire il cosiddetto “diritto all’aborto” nella Costituzione. Una doppia linea che apre interrogativi politici, morali e antropologici sul volto della Spagna e dell’Europa.

Pedro Sánchez si muove su due piani che, accostati, rivelano una tensione difficile da ignorare. Sul piano internazionale, il leader socialista ha voluto marcare una distanza politica dalla guerra in Iran, presentandosi come interprete di una linea prudente e critica verso l’escalation militare. Nello stesso tempo, però, la Spagna ha confermato il dispiegamento della fregata Cristóbal Colón dell’Armada nel Mediterraneo orientale per la protezione di Cipro e nel quadro della sicurezza europea. È una postura che il governo considera coerente con i suoi doveri internazionali, ma che finisce comunque per mostrare una distanza fra la narrazione pubblica e le scelte operative.

Tuttavia, la questione più delicata non è quella geopolitica. È quella che riguarda l’idea stessa di persona, di diritto, di tutela dei più deboli. Mentre Sánchez costruisce all’estero l’immagine di un leader misurato e responsabile, sul piano interno spinge per una riforma che punta a inserire il cosiddetto “diritto all’aborto” nella Costituzione spagnola, precisamente nell’articolo 43, dedicato alla tutela della salute. Il parere favorevole del Consiglio di Stato ha dato ulteriore impulso a questo progetto, che il premier vuole portare a compimento entro la legislatura.

Qui emerge un nodo di fondo che non può essere aggirato con formule politicamente accomodanti. Presentare l’aborto come espressione della salute e come diritto costituzionalmente garantito non è una semplice evoluzione normativa: significa ridefinire la gerarchia dei beni che una comunità politica decide di proteggere. Per la prospettiva cattolica, ma anche per una riflessione seria sul diritto naturale e sulla dignità umana, questo passaggio segna un mutamento assai profondo. Non siamo davanti solo a una disciplina legislativa, ma al tentativo di imprimere nella Carta fondamentale dello Stato un principio che riguarda direttamente la soppressione della vita nascente.

Sánchez ha spiegato questa scelta con l’esigenza di “blindare” l’aborto, sottraendolo ai mutamenti di maggioranza e alle differenze regionali. L’argomento, sul piano politico, è comprensibile: il premier sa che gli equilibri attuali sono fragili, che il Partito Popolare è in crescita nei sondaggi e che una futura alternanza potrebbe rimettere in discussione alcune bandiere storiche della sinistra. Ma proprio per questo la mossa appare tutt’altro che neutrale. L’impressione è che la Costituzione venga investita di una funzione identitaria e difensiva: non più luogo di convergenza alta e condivisa, ma strumento per rendere intoccabile una precisa opzione ideologica.

Il paradosso, allora, si fa evidente. Per una minaccia esterna, come quella che incombe sul Mediterraneo orientale, si mobilita una nave militare e si parla giustamente di sicurezza, di difesa, di protezione. Per la vita più fragile e più indifesa, quella del figlio concepito, lo Stato non pensa a nuove forme di protezione, di sostegno alla maternità, di accompagnamento alla donna, ma lavora per innalzare l’aborto a diritto costituzionale. È qui che la contraddizione si fa più seria: lo Stato riconosce il dovere di difendere i confini geopolitici, ma fatica a riconoscere il dovere di difendere il confine più elementare e più umano, quello della vita innocente che chiede di nascere.

A questo si aggiunge il profilo europeo. Sánchez si è schierato, insieme ad altri governi, a favore delle richieste di “My Voice My Choice”, l’iniziativa che punta a facilitare l’accesso all’aborto oltre frontiera. Dopo la decisione ambigua della Commissione europea, resta aperta la possibilità di utilizzare il Fondo sociale europeo anche per sostenere l’accesso all’aborto da parte di donne provenienti da Paesi con legislazioni più restrittive. In questo scenario, la Spagna non si limita a voler costituzionalizzare l’aborto nel proprio ordinamento, ma potrebbe proporsi anche come polo europeo di una mobilità abortiva finanziata indirettamente con risorse comuni.

Il problema, allora, non è soltanto spagnolo. È europeo, culturale e persino spirituale. Perché qui si tocca il cuore della civiltà giuridica del continente: che cosa intendiamo per diritto? Che cosa vuol dire tutela della salute? Chi rientra davvero nell’orizzonte della protezione pubblica? Una Costituzione nasce per riconoscere beni originari, non per ridefinire a piacimento chi abbia titolo per essere difeso e chi invece possa essere escluso. Se il concepito esce dall’orizzonte della protezione, la democrazia entra inevitabilmente in una zona di ambiguità, in cui l’uguaglianza non vale più per tutti allo stesso modo.

Per questo la linea di Sánchez appare criticabile non tanto o non solo per la sua abilità tattica, ma per il suo impianto culturale. Da un lato il premier spagnolo cerca di accreditarsi come uomo della pace e della stabilità internazionale, pur assumendo decisioni militari coerenti con la posizione atlantica ed europea della Spagna. Dall’altro, in patria, lavora per costituzionalizzare una pratica che per molti europei, e certamente per i cattolici, resta una ferita morale e una sconfitta della civiltà del diritto. In questo contrasto c’è tutta la fragilità di un progressismo che si mostra molto sensibile alla sicurezza strategica e assai meno disponibile a riconoscere la radicale vulnerabilità della vita nascente.

Un giudizio cattolico su questa vicenda non può essere evasivo. Non perché la fede debba trasformarsi in slogan politico, ma perché il Vangelo della vita obbliga a chiamare le cose con il loro nome. La pace non riguarda soltanto i rapporti tra Stati; comincia dal riconoscimento dell’innocente, dal rifiuto della logica per cui il più forte dispone del più debole, dalla scelta di costruire ordinamenti che proteggano davvero ogni essere umano. Una nazione non cresce in dignità se inserisce l’aborto nella propria Costituzione: semmai impoverisce la propria idea di giustizia e di bene comune.

La Spagna di Sánchez si trova dunque davanti a un bivio che riguarda tutti. Non si tratta solo di un dibattito tra destra e sinistra, né soltanto di una nuova battaglia simbolica in vista del prossimo ciclo elettorale. Si tratta di capire se l’Europa intenda ancora fondare la propria civiltà sulla dignità di ogni vita umana, oppure se accetti che alcuni esseri umani restino fuori dal perimetro della protezione comune. E se uno Stato è pronto a difendere Cipro con una fregata, dovrebbe saper difendere anche il bambino concepito con la forza mite e giusta del diritto.