Il popolo della savana aspetta la Messa di Pasqua. Ma l’esercito ha chiuso le strade. E i minatori sono morti per l’oro dei generali

 Padre Federico Gandolfi è missionario da undici anni nel paese più giovane e più povero del mondo. Quest’anno il Triduo Pasquale non si è celebrato: la violenza ha bloccato le strade, le piogge hanno distrutto le case, i fondi internazionali sono stati tagliati. Eppure dice: «Il Risorto è lì». E quella frase, in quel contesto, pesa più di qualsiasi teologia

C’è un posto che si chiama Ngodakala, nel Sudan del Sud, a un’ora di macchina da Wau, capitale dello stato di Western Bahr el Ghazal. Non è un paese, non è un villaggio — è un insieme di capanne sparse nella savana, separate da chilometri di boscaglia, abitate dai Balanda, una piccola tribù pacifica che vive di caccia e di agricoltura e che cammina quattro ore per andare a Messa. Quattro ore andata, quattro ore ritorno. Otto ore di cammino per un’ora di liturgia. Lo fanno perché per loro, dice il missionario che li conosce, la Messa di Pasqua non è un rito — è il ricordo di quello che Dio ha fatto per loro. L’unica cosa che li fa sentire parte di una storia più grande della propria miseria.

Quest’anno non ci sono andati. L’esercito ha chiuso le strade. I combattimenti sono ripresi. E il popolo del bosco ha celebrato la Pasqua più importante dell’anno dentro le proprie capanne, isolato, con un pozzo e qualcosa da mangiare, ascoltando in lontananza i rumori di una guerra che non ha voluto e che non capisce e che torna, come torna sempre, a raccogliere i suoi morti tra i civili.

Padre Federico Gandolfi è un frate minore che vive in Sudan del Sud da undici anni. Undici anni in uno dei posti più difficili del mondo — il paese più giovane della terra, nato dall’indipendenza del 2011 con la speranza di chi rompe le catene, e precipitato quasi subito in una guerra civile devastante che tra il 2013 e il 2018 ha ucciso trecentomila persone e ne ha spostato quattro milioni. Una guerra che sembrava finita e che ora rialza la testa, presagendo — dicono gli osservatori con quella precisione fredda di chi conta le crisi come si contano i punti in una partita — un possibile nuovo conflitto di proporzioni simili.

Gandolfi parla con la sobrietà di chi ha visto troppo per permettersi il lusso dell’enfasi. Descrive le piogge che distruggono le capanne — e le piogge, in Sudan del Sud, non sono un inconveniente meteorologico ma una catastrofe che si ripete ogni anno da novembre a dicembre, che allaga le pianure, travolge i raccolti, isola le comunità, uccide i bambini per diarrea e malaria. Descrive le chiamate di soccorso «incessan­ti» per riparare le case crollate. Descrive il mercato dove i prezzi dei viveri sono aumentati del quaranta per cento.

Poi descrive i morti sulla strada tra Wau e la sua parrocchia. Otto civili la settimana scorsa. Morti sulla strada principale, quella che collega il suo avamposto al resto del mondo, quella che ora «vigilano costantemente» come si vigila un confine di guerra.

E poi c’è la storia della miniera.

Qualcuno, qualche mese fa, ha scoperto una miniera d’oro nel territorio della parrocchia di Gandolfi. In meno di un anno, quella zona «quasi deserta» si è riempita di diecimila persone venute da ogni parte del paese. E con loro sono arrivati i generali dell’esercito regolare — non per portare ordine, non per garantire sicurezza, ma per prendere la loro parte. Per controllare, come si controlla ogni ricchezza estrattiva in ogni angolo dell’Africa dove lo stato è debole e le armi sono forti, il flusso di quell’oro verso le proprie tasche.

Quando i minatori hanno resistito, o semplicemente quando erano d’intralcio, sono stati massacrati. Decine di morti, in maggioranza minatori. Le vittime erano fedeli di Gandolfi — persone che lui conosceva per nome, che aveva battezzato o confessato o accompagnato nell’ultima malattia, che adesso erano cadaveri su un terreno conteso tra fazioni militari che usano i poveri come combustibile delle proprie ambizioni.

È una storia vecchia come l’Africa coloniale. È la storia del coltan nel Congo, del petrolio in Nigeria, dei diamanti in Sierra Leone, dell’oro in Sudan del Sud. Ogni volta che il sottosuolo africano rivela una ricchezza, quella ricchezza diventa una maledizione per chi ci vive sopra. La terra che dovrebbe nutrire diventa la ragione per cui ti ammazzano. E i generali — africani o con i loro complici occidentali che acquistano il metallo senza fare domande — continuano a fare i generali.

Ma c’è un’altra storia dentro questa storia. Una più piccola, più silenziosa, che Gandolfi racconta quasi di passaggio e che merita di essere fermata e guardata.

I tagli. I fondi per lo sviluppo delle Nazioni Unite congelati. Le ONG che se ne vanno perché i finanziamenti sono stati tagliati. Le «politiche estere delle grandi potenze mondiali» — Gandolfi non fa nomi, ma il riferimento alla Casa Bianca e ai tagli di Trump all’aiuto internazionale è inequivocabile — che si traducono, a Ngodakala, in medicine che non si trovano più, in prezzi alimentari che aumentano del quaranta per cento, in ambulatori che chiudono, in programmi nutrizionali per i bambini che si interrompono nel mezzo.

Questa è la faccia invisibile del sovranismo globale. Quando un presidente americano decide che l’America non deve più pagare per il mondo, il mondo non ringrazia e si arrangia. Il mondo si ammala di malattie che si potevano curare, affama per mancanza di cibo che si poteva distribuire, muore di colera in zone dove l’acqua potabile sarebbe costata meno di un missile. I poveri del Sudan del Sud non hanno votato Trump. Non hanno votato nessuno. Non hanno nemmeno una connessione internet per sapere chi li ha condannati. Sanno solo che le medicine sono finite e i prezzi sono saliti e i missionari fanno quello che possono con quello che rimane.

«Sono loro», dice Gandolfi con quella precisione quasi contabile di chi ha imparato a parlare senza ira perché l’ira consuma e il lavoro rimane, «a subire sempre le conseguenze delle decisioni prese da altri paesi».

Eppure — ed è qui che l’elzeviro deve fermarsi, e deve farlo con rispetto, non con la condiscendenza di chi esotizza la povertà altrui — eppure Gandolfi conclude con una frase che non è retorica. Che non è il conforto di maniera con cui si chiudono i reportage sui disastri per non lasciare il lettore nella disperazione. È una frase che viene da undici anni di presenza, da migliaia di chilometri percorsi nella savana, da facce conosciute una per una.

«Il Risorto è lì. È presente nella vita di persone che, nonostante tutto, mostrano sorrisi veri, carità, e aiutandosi reciprocamente sono ancora oggi un esempio di resilienza e fede».

Il popolo dei Balanda non conosce bene il Triduo Pasquale — è una tribù che ha incontrato il cristianesimo da poco, che conserva i riti tradizionali, che vive in capanne disperse nella boscaglia. Ma sa, con quella certezza che non passa attraverso i libri, che Dio esiste, che è vivo, che non è un’ideologia né un ragionamento filosofico ma una presenza. E quella presenza, dice Gandolfi, si vede nei sorrisi. Si vede nell’aiutarsi tra vicini quando la capanna crolla. Si vede nelle quattro ore di cammino che si fanno volentieri per stare un’ora insieme davanti all’altare.

Quest’anno quelle quattro ore non si sono potute fare. L’esercito ha chiuso le strade. I generali hanno preso l’oro. Trump ha tagliato i fondi. Le piogge hanno distrutto le case.

E il popolo del bosco ha aspettato. Come si aspetta da sempre, in queste latitudini, che la stagione cambi, che il fiume torni nei suoi argini, che la violenza si stanchi.

Con la pazienza di chi sa che la morte non ha l’ultima parola — non perché qualcuno glielo abbia insegnato in un’aula di teologia, ma perché lo ha imparato guardandosi intorno, nella savana, ogni volta che dopo la stagione secca torna la pioggia e la terra, che sembrava morta, rifiorisce.

Il Sudan del Sud aspetta la sua Pasqua.

Il mondo, nel frattempo, potrebbe almeno smettere di crocifiggerlo.

Quattro ore di cammino andata e ritorno per arrivare alla chiesa. I fiumi in piena durante la stagione delle piogge. I generali che massacrano i minatori per controllare la miniera d’oro scoperta l’anno scorso. I prezzi dei viveri aumentati del quaranta per cento perché Trump ha tagliato i fondi alle Nazioni Unite. Il Sudan del Sud non è un paese in difficoltà. È un paese a cui il mondo ha deciso sistematicamente di non voler bene.