Continuano le operazioni militari in Libano malgrado ci sia la possibilità di negoziare tra le parti in causa

C’è un cinismo nella scelta dei nomi militari che a volte supera quello delle azioni che designano. “Oscurità Eterna”: così gli strateghi dell’IDF hanno battezzato l’operazione con cui, l’8 aprile 2026, cinquanta caccia israeliani hanno sganciato centosissanta bombe su cento obiettivi in dieci minuti su Beirut, la Valle della Beqaa, il sud del Libano. Almeno 254 morti e oltre mille feriti, ospedali al collasso, famiglie intere sepolte sotto le macerie. Il tutto mentre, a poche ore di distanza, Stati Uniti e Iran annunciavano una tregua.

Il tempismo non era casuale. Era un messaggio.

Netanyahu ha voluto chiarire al mondo — e soprattutto a Washington — che la geometria del conflitto mediorientale la disegna lui, non Trump. Come ha già dimostrato con l’Iran, bombardato due volte in un anno mentre sedeva ai tavoli dei negoziati, la parola di Israele in materia di tregue vale quanto conviene in quel preciso momento. Il cessate il fuoco con Teheran? Benissimo. Ma il Libano è un altro fronte, con altre regole, con altri obiettivi. E quegli obiettivi non sono negoziabili.

Quali sono, esattamente? La risposta ufficiale è sempre la stessa: distruggere la capacità operativa di Hezbollah, proteggere le comunità del nord di Israele dai razzi. Una risposta legittima in astratto, che diventa sempre meno credibile quando i bombardamenti colpiscono aree densamente popolate finora considerate sicure perché non direttamente collegate al gruppo sciita, senza lasciare tempo alla popolazione di cercare riparo. Non si colpisce un cimitero nel villaggio di Shmestar — dove almeno dieci persone stavano partecipando a un funerale — per ragioni di sicurezza militare. Si colpisce per ragioni di terrore.

La risposta vera alla domanda su cosa voglia il governo Netanyahu si trova altrove. Le componenti più radicali dell’esecutivo di destra israeliano parlano espressamente di annessione del sud del Libano, sostenendo che il fiume Litani debba essere il nuovo confine tra i due paesi. Israele ha già posizionato sei divisioni — oltre sessantamila soldati — all’interno del territorio libanese, e ha distrutto tutti i ponti sul Litani, creando di fatto una zona di occupazione militare che nessuno riesce a chiamare con il suo nome. Nel frattempo, nel sud, è già cominciata l’annessione de facto con le demolizioni dei villaggi dei nativi. Gaza insegna: prima si svuota, poi si demolisce, poi si ricostruisce con altri nomi e altri abitanti.

Il Libano che emerge da questi mesi è un paese spezzato in modi che vanno ben oltre le bombe. Oltre 1,2 milioni di libanesi sono stati sfollati dall’inizio della guerra, più di 130mila ospitati in 660 centri sovraffollati a Beirut, tra scuole e impianti sportivi. La presenza massiccia di profughi sciiti nelle zone cristiane, sunnite e druse sta creando forti tensioni sociali interne, con divisioni su base religiosa sempre più aperte. È lo schema classico: non serve occupare un paese se riesci a farlo implodere dall’interno.

La comunità internazionale osserva con la sua consueta impotenza verbale. L’Unione Europea ha parlato di “gravissima escalation” e “minaccia inaccettabile per la vita dei civili”. La Francia ha evocato una possibile revisione dell’accordo di associazione con Israele. L’ONU ha “ribadito l’appello per la cessazione immediata delle ostilità”. Nel frattempo le bombe continuano a cadere, perché Netanyahu sa perfettamente che tra le dichiarazioni indignate e le conseguenze concrete c’è un abisso nel quale si può costruire impunemente qualsiasi fatto compiuto.

Per due anni, dopo la tregua tra Israele ed Hezbollah, i cittadini libanesi del sud non sono potuti tornare nelle loro case. Rawan Mazeh, ventinove anni, ha perso la sua migliore amica sotto i bombardamenti. “Non crediamo a nessun accordo”, ha detto, “perché sappiamo che verrà violato da Israele.” Non è cinismo, è memoria. È la lucidità di chi ha imparato a non fidarsi delle parole scritte su carta quando chi le firma ha i jet in pista.

Il paradosso di questa guerra è che si combatte anche sul piano della narrazione. Israele “negozia” — con gli americani, con i libanesi, con i mediatori internazionali — mentre bombarda. La trattativa serve a guadagnare tempo, a costruire fatti sul campo, a presentarsi al tavolo finale con posizioni che sul terreno sono già irreversibili. È la diplomazia come alibi: fintanto che si parla, nessuno può dire che non si stia cercando la pace.

“Oscurità Eterna” è un nome che i suoi autori pensavano evocativo, forse minaccioso. In realtà è più onesto di qualsiasi comunicato diplomatico. Descrive esattamente l’orizzonte che questo governo — con i suoi ministri che parlano apertamente di annessione, con la sua logica della forza come unica legge — sta costruendo per il Libano, per la regione, e alla fine per se stesso.

Perché le oscurità eterne, nella storia, finiscono sempre per inghiottire anche chi le ha accese.