Meditazione del card. Fernandez alla plenaria del DDF
In un tempo in cui la Chiesa è chiamata a pronunciarsi con autorità su questioni sempre più complesse, la meditazione di apertura della Sessione plenaria del Dicastero per la Dottrina della Fede, pronunciata il 27 gennaio 2026, ha scelto una via controcorrente: non l’affermazione della forza del pensiero, ma il richiamo alla sua umiltà. Non l’esaltazione della chiarezza immediata, ma l’invito a sostare nel limite. Non la luce che pretende di spiegare tutto, ma il fuoco che trasforma.
Il punto di partenza è semplice e radicale insieme: Dio ha donato all’essere umano la capacità di pensare tutto – il mondo, la storia, persino Dio stesso – ma non gli ha mai concesso la pretesa dell’esaustività. Il pensiero umano è universale nella sua apertura, ma fragile nella sua comprensione. Nessuna mente può cogliere la realtà nella sua totalità, perché ogni frammento del reale è intelligibile solo alla luce del tutto, e il tutto appartiene solo a Dio. “Tutto è connesso”, ma proprio per questo nessuno può pretendere di possedere il senso ultimo di ciò che osserva, giudica o interpreta.
Questa consapevolezza non è un invito al relativismo, ma al realismo spirituale. Tommaso d’Aquino aveva già intuito che la bontà divina non si riflette in una creatura isolata, per quanto perfetta, ma nella molteplicità delle creature, nella loro varietà e nelle loro relazioni. Ogni singola realtà dice qualcosa di Dio, ma nessuna lo dice tutto. È una lezione che Papa Francesco ha ripreso con forza, ricordando che solo contemplando l’insieme del piano di Dio possiamo cogliere il significato autentico di ogni creatura.
In questa prospettiva, la meditazione richiama la grande tradizione mistica della Chiesa. San Giovanni della Croce parlava del “folto” delle opere di Dio, una densità di significati e di misteri in cui l’anima può entrare sempre più in profondità senza mai esaurire ciò che contempla. È un’immagine potente, che rovescia l’idea moderna di conoscenza come dominio e invita a pensare il sapere come attraversamento, come immersione in qualcosa che supera sempre chi conosce.
Ma il richiamo all’umiltà intellettuale non resta astratto. Diventa drammaticamente concreto quando si guarda alla storia. Più la scienza e la tecnologia avanzano, più cresce il rischio dell’inganno: credere che ciò che sappiamo basti a giustificare ciò che facciamo. È lo stesso inganno che ha alimentato le derive più tragiche del Novecento e del presente, quando argomentazioni apparentemente razionali sono state usate per giustificare violenza, sterminio, guerra. Non è il pensiero in sé a essere pericoloso, ma il pensiero senza umiltà, che smette di interrogarsi e si assolutizza.
Questo vale anche nella vita quotidiana e nella vita ecclesiale. La sicurezza eccessiva nelle proprie convinzioni, la presunzione di “aver capito”, remembering la tentazione di parlare come se si possedesse la verità intera. Per questo la meditazione indica due vie inseparabili. La prima è teologale: per comprendere davvero occorre lasciarsi illuminare da Dio, invocarlo, ascoltarlo, fidarsi di Lui. La fede non elimina l’oscurità, ma assicura che in mezzo alle ombre è possibile essere guidati. Credere non è spiegare Dio, ma affidarsi a Lui.
La seconda via è ecclesiale: pensare e discernere ascoltando gli altri. Accogliere punti di vista differenti, lasciarsi interrogare dalle periferie, da quei luoghi – geografici, culturali, esistenziali – in cui la realtà appare sotto angolature diverse. È qui che si innesta il richiamo recente di Papa Leone a una Chiesa che non si chiude nella pretesa di possedere la verità, ma la cerca insieme, in ascolto di Dio e dell’umanità.
Il riferimento al lavoro teologico è particolarmente incisivo. Oggi la competenza è spesso iper-specializzata, frammentata in discipline e ambiti isolati, mentre il mistero della fede è un tessuto unitario, una gerarchia viva di verità illuminate dal cuore del Vangelo. Proprio nei luoghi deputati all’esercizio dell’autorità dottrinale, il rischio è quello di perdere l’ampiezza dello sguardo, riducendo il discernimento a procedure, condanne o formule. E questo rischio non riguarda solo le istituzioni: nell’epoca dei social e dei blog, chiunque si sente autorizzato a giudicare e a condannare come se parlasse ex cathedra.
La meditazione si chiude allora con un gesto fortemente simbolico: il ritorno a san Bonaventura. Alla domanda decisiva – a chi rivolgere le grandi domande – il Dottore francescano rispondeva senza esitazione: non alla luce, ma al fuoco. Non a una conoscenza fredda e distante, ma a quel fuoco che infiamma, trasporta, converte. Un fuoco che è Dio stesso, acceso da Cristo nella passione, e che conduce là dove le parole si arrestano.
In quel punto, ricordava Bonaventura, le negazioni sono più vere delle affermazioni, il silenzio più eloquente dei discorsi. Non perché il pensiero sia inutile, ma perché, giunto al suo limite, deve lasciare spazio all’esperienza. È un invito che risuona con forza oggi: quando il discorso finisce, inizia la preghiera.
In un Dicastero chiamato a custodire la dottrina, questa scelta non è una rinuncia, ma un atto di responsabilità. Ricorda che la verità cristiana non è un possesso da difendere con arroganza, ma un mistero da abitare con timore e tremore. E che, alla fine, non è la luce che ci salva, ma il fuoco che ci trasforma.
