8 marzo. La Chiesa e le donne

C’è un paradosso che vale la pena mettere a fuoco nell’otto marzo: l’istituzione che il mondo secolare indica più spesso come emblema del maschilismo storico è anche quella che, se si leggono i fatti senza pregiudizi, ha fatto più di quasi qualunque altra per riconoscere la dignità delle donne, preservarne la memoria, affidarle responsabilità, custodirne il genio. La Chiesa cattolica non è un’istituzione perfetta — nessuna lo è — ma la storia del suo rapporto con le donne è incomparabilmente più ricca, più articolata e più rivoluzionaria di quanto la narrativa corrente sappia o voglia raccontare. E non riconoscerlo, nell’ottavo giorno di marzo, sarebbe un torto alla verità prima ancora che alla fede.

Cominciamo dal principio, che nella storia cristiana è davvero rivoluzionario. In una Palestina del primo secolo in cui la donna non poteva testimoniare in tribunale, non aveva autonomia giuridica, non veniva istruita e non partecipava alla vita pubblica religiosa come soggetto attivo, Gesù di Nazaret si comporta in modo sistematicamente controcorrente. Dialoga con la Samaritana — una donna di etnia e reputazione scomode — e la tratta come interlocutrice teologica. Difende la donna sorpresa in adulterio dal linciaggio legale. Ha discepole che lo seguono e lo finanziano. E soprattutto, sceglie le donne come prime testimoni della Risurrezione: un fatto che nessun falsario del primo secolo avrebbe mai inventato, perché quella testimonianza non aveva valore legale. È precisamente la sua inverosimiglianza storica che la rende credibile. La prima annunciatrice del Risorto è una donna: Maria di Magdala, che la tradizione chiama “apostola degli apostoli”.

Quella radice evangelica ha prodotto, nei secoli, un albero ramificato e spesso sorprendente. Nel Medioevo — che il pregiudizio illuminista ha dipinto come un’età buia e soffocante per le donne — i monasteri femminili erano centri di cultura, scrittura, medicina e potere spirituale. Ildegarda di Bingen non era soltanto una mistica: era una scienziata, una compositrice, una figura politica che corrispondeva con imperatori e papi e che veniva consultata su questioni teologiche di primaria importanza. Caterina da Siena, figlia di un tintore senese, dettò lettere ai potenti della terra e convinse il Papa a tornare a Roma dall’esilio avignonese: nessun uomo del suo tempo ebbe quella capacità di incidere sulla storia. Chiara d’Assisi fondò un ordine, scrisse una regola, resìstette alle pressioni curiali che volevano addolcirne la radicalità. Teresa d’Ávila riformò la vita religiosa spagnola e scrìsse opere di psicologia mistica che ancora oggi si studiano nelle facoltà di teologia e di filosofia.

Il contributo delle donne alla Chiesa non si esaurisce nei nomi illustri. Si misura nei milioni di catechiste che hanno trasmesso la fede di generazione in generazione, nelle insegnanti delle scuole parrocchiali che hanno alfabetizzato l’Europa povera, nelle missionarie che nei paesi di colonizzazione difendevano le popolazioni locali mentre i governi le sfruttavano, nelle religiose che hanno fondato ospedali, orfanotrofi, scuole, università. La storia della carità organizzata è in larga misura una storia femminile. Quando nel Novecento i movimenti per i diritti delle donne chiedevano istruzione, accesso alle professioni, dignità giuridica, trovavano spesso già aperte le porte delle istituzioni cattoliche: scuole tenute da suore, ospizi retti da congregazioni femminili, università pontificie che ammettevano le donne quando le università statali ancora non lo facevano.

Tutto questo rende la questione dell’ordinazione sacerdotale più complessa di come viene di solito presentata nel dibattito pubblico. Chi chiede l’accesso delle donne al sacerdozio usa spesso il registro dei diritti: se gli uomini possono, le donne devono poter. È una logica comprensibile, radica in un valore — l’uguaglianza — che la stessa tradizione cristiana ha contribuito a formare. Ma il sacerdozio ministeriale cattolico non è un ruolo lavorativo a cui si applica la parità di accesso: è un segno sacramentale con una teologia precisa. La spiegazione che la Chiesa offre non è di inferiorità femminile — questa lettura è esplicitamente rifiutata dal Magistero — ma di conformità iconica: il sacerdote agisce in persona Christi, rappresenta sacramentalmente Cristo sposo della Chiesa, e Cristo si è incarnato come uomo. Non è un argomento che si impone con la forza della logica razionale pura; è un argomento teologico che si comprende all’interno di una visione simbolica del sacramento. Si può non condividerlo. Ma ridurlo a misoginia travestita è un’operazione intellettualmente disonesta.

Papa Francesco ha dato su questo punto una risposta che merita di essere meditata più a fondo di quanto non si faccia solitamente. Quando gli si chiedeva del ruolo delle donne nella Chiesa, rispondeva che il problema non era l’accesso al sacerdozio ma il rischio opposto: clericalizzare le donne, cioè misurare il loro valore e la loro presenza nella vita ecclesiale sul metro del potere clericale, come se contare soltanto ciò che si fa in abito talare o con il titolo di presbitero. “Non clericalizziamole” è una frase che scompagina i termini del dibattito. Dice che il sacerdozio non è il vertice del contributo ecclesiale, e che proiettare su di esso la questione del protagonismo femminile significa accettare implicitamente la gerarchia di valori del clericalismo che si vorrebbe contestare. La vera sfida, per Francesco, era riconoscere la presenza femminile nella sua specificità irriducibile — non come sacerdote mancato, ma come presenza teologicamente insostituibile.

C’è in questa posizione qualcosa di profondamente moderno, paradossalmente. La critica femminista più avvertita ha da tempo identificato il rischio dell’emancipazione come semplice accesso ai ruoli maschili: non un superamento del modello, ma una sua estensione. Se l’uguaglianza significa che le donne possono fare tutto ciò che facevano gli uomini, il metro rimane quello maschile. La proposta cristiana — quando è fedele a se stessa — è più radicale: che la differenza femminile non sia un deficit da colmare ma una ricchezza da riconoscere, che il genio femminile — per usare l’espressione di Giovanni Paolo II — sia costitutivo della vita della Chiesa e non ornamentale, non tollerato, non marginale.

In un giorno in cui il mondo commemora la battaglia per la dignità femminile, vale la pena ricordare che quella battaglia ha avuto alleati inattesi e nemici insospettabili. Che i movimentii laici del Novecento non erano tutti — anzi spesso non erano — campioni dell’emancipazione: il fascismo glorificava la madre-sposa, il comunismo la subordinava alla produzione, il capitalismo liberale ne sfruttava il lavoro invisibile. E che una donna come Edith Stein, filosofa allieva di Husserl, convertita al cattolicesimo e morta ad Auschwitz, ha scritto pagine sul femminile che la cultura laica del suo tempo non avrebbe saputo, né voluto, concepire.

L’otto marzo non appartiene a nessuna ideologia. Appartiene a tutte le donne che hanno contribuito alla storia umana spesso senza che nessuno ne scrivesse il nome. La Chiesa ne conosce molti, quei nomi. Li ha messi sugli altari, li ha iscritti nel calendario, li ha letti ad alta voce ogni mattina nella liturgia delle ore. Non è abbastanza, forse. Non è mai abbastanza. Ma è qualcosa che merita, almeno oggi, di essere visto.