NISCEMI – Non è un evento improvviso, ma un movimento lento e inesorabile che dura da anni e che ora mostra tutta la sua drammaticità. A Niscemi la frana è attiva, estesa e pericolosa. A dirlo senza mezzi termini è il capo della Protezione civile nazionale, Fabio Ciciliano, giunto in città per un sopralluogo insieme ai tecnici e alla componente scientifica del Dipartimento.

Dall’alto, sorvolando l’area in elicottero, il quadro appare ancora più chiaro: non è solo una porzione di terreno a scivolare, ma l’intera collina che si muove verso la piana di Gela. Un fenomeno complesso, profondo, che non riguarda solo ciò che è visibile in superficie. «La situazione è critica – ha spiegato Ciciliano – e in molti casi non sarà possibile rientrare nelle abitazioni, nemmeno per recuperare gli effetti personali».

Il bilancio umano è pesante. Circa 1.500 persone hanno dovuto lasciare le loro case, evacuate perché ormai troppo vicine al fronte della frana o situate in aree considerate instabili. Le abitazioni apparentemente integre, ma poste sull’orlo dello smottamento, sono state dichiarate comunque impraticabili. In piazza, davanti al municipio, decine di cittadini attendono il proprio turno per essere accompagnati dai vigili del fuoco a recuperare solo lo stretto necessario: farmaci, documenti, qualche vestito. Dieci minuti, non di più.

Aiuti economici e sistemazioni d’emergenza

Per gli sfollati è stato attivato il contributo di autonoma sistemazione (Cas), un sostegno economico statale che prevede 400 euro a famiglia, più 100 euro per ogni componente, fino a un massimo di 900 euro al mese, per un periodo iniziale di un anno. Le procedure sono state avviate a seguito delle ordinanze di sgombero e dovrebbero concludersi in pochi giorni.

Molti cittadini hanno trovato ospitalità presso parenti e amici, altri sono stati accolti in strutture assistenziali o alloggi temporanei. Le scuole restano chiuse e l’accesso alla città è diventato più difficile: alcune strade provinciali sono state interdette al traffico a causa dei cedimenti, aggravati dalle recenti piogge e dal passaggio del ciclone Harry. Al momento, Niscemi è raggiungibile solo attraverso un’unica arteria, costantemente monitorata.

La rabbia e la memoria di una tragedia annunciata

Alla paura si somma la rabbia. Al termine dell’incontro in municipio tra autorità locali, Regione e Protezione civile, dalla folla si sono levate grida di protesta. «Cosa è stato fatto in trent’anni?», chiedono i residenti. Molti ricordano che una frana simile colpì gli stessi quartieri già nel 1997, a Sante Croci, Pirillo e Canalicchio. Allora come oggi, la sensazione diffusa è quella di un rischio noto ma mai affrontato in modo risolutivo.

«Viviamo con le valigie pronte – raccontano alcuni sfollati – senza sapere se e quando potremo tornare a casa». Per molti, il rientro non sarà mai possibile. Case, ricordi, fotografie, una vita intera sono rimasti dietro le transenne della zona rossa.

Allarme sicurezza e tensione sociale

Nel pomeriggio anche il procuratore di Gela, Salvatore Vella, ha effettuato un sopralluogo, segnalando possibili criticità per l’ordine pubblico. L’area da vigilare è vasta, le forze sul campo limitate. Il timore è quello di sciacallaggi e accessi non autorizzati nelle zone evacuate. Al momento, ha chiarito il magistrato, non risultano procedimenti penali aperti, ma la situazione resta delicata.

Sul fronte politico, la segretaria del Partito democratico Elly Schlein, in visita a Niscemi, ha chiesto la sospensione dei tributi comunali per i residenti colpiti dall’emergenza e interventi rapidi per garantire sicurezza e prospettive chiare agli sfollati. «Non basta l’assistenza immediata – ha detto – serve una risposta strutturale».

Una città sospesa

Nel palazzetto dello sport “Pio La Torre” i volontari della Protezione civile hanno allestito un centro di accoglienza d’emergenza. Panini, acqua, coperte. Ma soprattutto ascolto. Molti sfollati parlano di notti insonni, del rumore della terra che si muove, della paura di dover scappare di nuovo.

A Niscemi il tempo sembra essersi fermato. La città vive in sospensione, in attesa di capire se e come potrà ricostruire il proprio futuro. La frana non è solo una ferita nel terreno: è una frattura profonda nel tessuto sociale di una comunità che oggi chiede risposte, sicurezza e verità.