L’arrivo dell’inviato USA Steve Witkoff a Mosca per discutere un “piano di pace” cozza con la realtà: la Russia ha appena varato il più massiccio bilancio militare dai tempi sovietici, mentre oligarchi e aziende trattano nell’ombra gas, terre rare e affari post-sanzioni. La diplomazia sembra un pretesto: la vera partita si gioca sull’economia, non sul cessate il fuoco.
C’è qualcosa di profondamente stonato nel balletto diplomatico che circonda la missione di Steve Witkoff a Mosca. Da una parte, l’inviato statunitense vola verso il Cremlino per discutere un presunto “piano di pace” per l’Ucraina. Dall’altra, la Russia approva il più imponente aumento di spesa militare dai tempi dell’Unione Sovietica.
È come parlare di disarmo mentre si lucidano i carri armati: una contraddizione che non è più nemmeno scandalosa, semplicemente sistemica.
Putin prepara la guerra mentre discute la pace.
Il bilancio approvato per il 2026 è una dichiarazione programmatica: quasi il 40% della spesa pubblica destinata a esercito, intelligence, polizia e apparati di repressione interna.
La Russia si blinda, si arma, si irrigidisce.
E mentre le armi si accumulano nei depositi, la spesa sociale precipita al minimo storico degli ultimi vent’anni. Il conto, come sempre, viene presentato ai cittadini: Iva al 22%, una nuova tassa “tecnologica” su elettrodomestici ed elettronica, e un’inflazione sociale che corrode ogni margine di sopravvivenza.
Che questa Russia possa firmare una pace vera è difficile da credere. Che voglia farlo, ancora di più.
Zelensky indebolito, Putin trionfante
La vicenda delle dimissioni di Andriy Yermak — il più potente collaboratore di Zelensky, travolto da un’indagine anticorruzione — è stata accolta a Mosca come un regalo inatteso.
Il sarcasmo dell’oligarca Kirill Dmitriev (“Alì Babà se n’è andato, restano i 40 ladroni”) e la voce melliflua del portavoce Peskov che parla di “profonda crisi politica ucraina” sono due facce della stessa strategia: minare la credibilità della leadership di Kiev mentre si moltiplicano i negoziati paralleli.
Il messaggio è chiaro: l’Ucraina è debole, l’Occidente diviso, la Russia resiliente.
Il vero tavolo negoziale è altrove
Zelensky continua a muoversi con determinazione — colloqui con Macron, revisione del piano a Washington, incontri frenetici in Europa. Ma la partita si sta giocando in un’altra stanza, lontana dai riflettori:
- Consiglieri di Putin incontrano segretamente grandi aziende statunitensi.
- La Cina si prepara a un ruolo centrale (la visita di Wang Yi a Mosca non è casuale).
- L’India aspetta Putin a New Delhi, nonostante le minacce di sanzioni secondarie da parte degli USA.
- Il gas e le terre rare riemergono come la vera valuta della pace.
Si parla di cessate il fuoco, ma l’odore del petrolio è più forte del profumo della diplomazia.
Secondo il Wall Street Journal, nella bozza americana in 28 punti c’è un obiettivo non dichiarato: far respirare l’economia russa, asfissiata dalle sanzioni.
E mentre gli emissari della cerchia pietroburghese di Putin bussano alle porte delle multinazionali dell’energia, riappare perfino l’ombra del Nord Stream.
Il gasdotto sabotato potrebbe tornare utile, perché nella geopolitica reale tutto muore tranne gli interessi economici.
Il piano di Trump? Pace no, business sì
“Fare soldi, non fare la guerra”: sarebbe questo, nelle indiscrezioni del WSJ, il vero cuore del piano statunitense.
Una pace che non nasce dallo stop alle ostilità, ma dal rilancio degli affari.
Non una tregua, ma un baratto geopolitico.
Non c’è nulla di nuovo: da secoli le guerre finiscono solo quando il loro costo supera il loro profitto. La novità è che oggi la guerra in Ucraina conviene ancora a troppi.
E chi si illude che basti una visita diplomatica a Mosca per cambiare le cose confonde il teatro con il copione.
Una pace possibile, ma non ancora credibile
La verità è semplice:
la Russia negozierà davvero solo quando capirà che la guerra la impoverisce più della pace.
E l’Ucraina accetterà concessioni solo se potrà sostenere di non aver perso ciò che definisce il proprio futuro.
Oggi non siamo ancora in questo punto di equilibrio. Siamo nella fase delle illusioni tattiche, dei bilanci di guerra mascherati da bilanci di pace, delle diplomazie parallele e delle promesse che non impegnano.
Witkoff arriverà a Mosca con un documento pieno di condizioni e compromessi.
Putin lo ascolterà, magari farà qualche mossa distensiva.
Poi ripartirà per New Delhi, e poco dopo approverà nuove spese militari.
La pace, se mai arriverà, nascerà da una resa dei conti economica, non dalla volontà dei due leader al telefono.
E finché il gas, il petrolio e le terre rare varranno più delle vite umane, ogni piano di pace somiglierà a un patto tra mercanti, non a una soluzione tra popoli.
