Leone XIV nomina un vescovo italo-australiano prefetto al Dicastero per l’interpretazione dei Testi Legislativi
C’è un dato che colpisce nella scelta di Leone XIV di affidare il Dicastero per i Testi Legislativi ad Anthony Randazzo: non ha voluto un uomo di curia cresciuto soltanto nei corridoi romani, ma un vescovo che arriva dalle periferie ecclesiali del mondo, dall’Oceania, con una solida formazione canonistica e insieme con il passo concreto del pastore. È una nomina che, più ancora del curriculum, racconta uno stile.
Randazzo, italo-australiano, nato a Sydney da famiglia di origine italiana, porta con sé quella duplice appartenenza che oggi nella Chiesa non è semplice colore biografico, ma esperienza reale di universalità. In lui si incontrano Roma e le periferie, il rigore del diritto e la vita quotidiana delle comunità, la competenza tecnica e la conoscenza concreta delle ferite, delle tensioni, delle esigenze pastorali che attraversano una diocesi. Non è poco, se si considera il compito che ora gli viene consegnato: custodire la corretta applicazione del diritto canonico, cioè uno degli strumenti più delicati e decisivi della comunione ecclesiale.
Spesso, quando si parla di norme nella Chiesa, si cade in due caricature opposte. Da una parte c’è chi immagina il diritto canonico come un apparato freddo, burocratico, quasi estraneo al Vangelo. Dall’altra c’è chi lo riduce a ostacolo, a residuo di un passato da superare in nome di una pastorale senza confini. In realtà, la legge ecclesiale, quando è ben compresa, non nasce contro la vita della Chiesa, ma per servirla. Serve a custodire la giustizia, a evitare arbitri, a difendere i deboli, a dare forma visibile a quella comunione che altrimenti rischierebbe di restare una parola nobile e vaga. Proprio per questo il Dicastero dei Testi Legislativi è uno dei luoghi meno appariscenti e più decisivi del governo ecclesiale.
La figura di Randazzo sembra collocarsi bene in questo punto di equilibrio. La sua preparazione alla Gregoriana e il lavoro svolto negli anni anche su questioni canoniche complesse lo rendono un profilo tecnicamente attrezzato. Ma non meno importante è il fatto che venga da un ministero vissuto sul terreno: parrocchie, tribunali ecclesiastici, formazione seminaristica, episcopato. Non un giurista astratto, dunque, ma un uomo che ha conosciuto il diritto là dove esso incide davvero sulla carne viva delle comunità, sulle decisioni, sui conflitti, sulle sofferenze e sulle attese dei fedeli.
La scelta di Leone XIV sembra allora dire anche qualcosa sulla stagione che la Chiesa sta attraversando. In tempi in cui si parla molto di riforma, di sinodalità, di processi da accompagnare, vi è sempre il rischio di contrapporre dinamismo e regola, discernimento e norma, creatività pastorale e ordine giuridico. Ma una Chiesa che voglia davvero riformarsi non può permettersi né l’improvvisazione né il caos. Ha bisogno di leggi giuste, interpretate con intelligenza, applicate con equilibrio, senza legalismi e senza lassismi. In questo senso, il nuovo prefetto sarà chiamato a un compito tutt’altro che secondario: aiutare la Chiesa a non smarrire il nesso tra verità, giustizia e carità.
Non è irrilevante neppure il fatto che a guidare questo dicastero sia un vescovo proveniente da un continente spesso percepito come laterale rispetto ai grandi assi ecclesiastici tradizionali. Anche qui c’è un segno. La cattolicità non è un ornamento geografico, ma la forma stessa della Chiesa. E affidare un ufficio così sensibile a un presule dell’Oceania, di radici italiane ma maturato pastoralmente in Australia, significa ricordare che il centro della Chiesa non coincide con una geografia chiusa, bensì con la capacità di raccogliere voci, esperienze e sensibilità differenti dentro una medesima fedeltà.
Anthony Randazzo raccoglie l’eredità di un dicastero che non fa notizia quanto altri, ma che silenziosamente incide sul volto quotidiano della Chiesa. Perché dove la legge è chiara, giusta e ben applicata, cresce la fiducia. Dove invece la norma è piegata agli interessi, o vissuta come strumento di potere, si aprono ferite profonde. Il nuovo prefetto avrà dunque tra le mani non solo testi da interpretare, ma una parte importante della credibilità ecclesiale.
E forse proprio qui sta il senso più profondo di questa nomina: affidare la legge a chi conosce la vita, e affidare la vita ecclesiale a chi non teme la legge, sapendo che nella Chiesa anche il diritto, quando è davvero al suo posto, può diventare una forma esigente di servizio.
