A Jezzine i cristiani accolgono gli sciiti in fuga. Si chiama umanità

C’è una scuola a Jezzine, una cittadina di montagna nel sud del Libano, color crema e rosa, tre piani, un cortile dove i bambini giocano quando c’è il sole. In ogni aula dormono tre famiglie. L’intero piano condivide un bagno solo. Sono in 304, quasi un terzo minori, arrivati dai villaggi in fiamme del sud. E ogni giorno si presentano altre due, tre famiglie. Non c’è più posto, ma nessuno viene rimandato indietro.

Jezzine è cristiana per oltre il novanta per cento. Gli sfollati che ospita sono musulmani sciiti. Tremila persone accolte in una città che d’inverno ne conta appena tremilacin­quecento. Il sindaco David Helou, eletto meno di un anno fa, lo dice con una semplicità che in questo momento storico suona quasi rivoluzionaria: «Accogliere gli sfollati è un dovere nazionale e un imperativo morale per ogni essere umano e per ogni cristiano». Non aggiunge altro. Non ne ha bisogno.

Mentre Jezzine fa la sua parte, il Libano brucia per la seconda volta in meno di due anni. Quarantasette morti nelle ultime ventiquattro ore. Quasi milleduecento dall’inizio dell’offensiva israeliana del 2 marzo, tra cui 121 bambini e 81 donne. Cinquantuno soccorritori caduti, colpiti in decine di attacchi mentre cercavano di salvare altri. Quattro ospedali danneggiati, cinquanta centri sanitari fuori uso. Ieri, sulla strada per Jezzine, un’automobile con tre giornalisti è stata centrata dall’aviazione israeliana: morti Ali Choeib, suo figlio Said e Fatima Ftouni. Israele dice che uno di loro era un militante. Il presidente libanese Joseph Aoun li chiama «civili che svolgevano la loro professione» e parla di «crimine palese». È la guerra che si mangia le parole oltre che le persone.

Un quarto della popolazione libanese è stata evacuata. Un milione e duecentomila persone in movimento, secondo il governo di Beirut. Lavoratori migranti, malati cronici, donne incinte, bambini. L’UNFPA delle Nazioni Unite spiega con una precisione crudele quello che i comunicati militari tendono a dimenticare: «Le donne non smettono di partorire nel mezzo di un conflitto». I dializzati non smettono di aver bisogno della dialisi. I diabetici non smettono di aver bisogno di insulina. E quando non c’è un frigorifero per conservare i farmaci, l’insulina si guasta e le persone muoiono di cose che in tempo di pace si gestiscono con una ricetta.

Il Libano arriva a questa guerra già a pezzi. Dal 2019 porta sulle spalle una delle peggiori crisi economiche della storia recente. Poi il Covid, poi l’esplosione del porto di Beirut nel 2020, poi l’emigrazione di massa, poi la prima campagna militare israeliana del 2024. Tre persone su cinque, secondo un rapporto del Programma nazionale di salute mentale, risultano positive ai test per depressione, ansia o disturbo post-traumatico da stress. Questo era prima del 2 marzo. Adesso il numero di chiamate alla linea di crisi psicologica è passato da trenta a quasi cinquanta al giorno. E il picco, spiegano gli operatori, arriva sempre dopo: quando il conflitto finisce e la modalità sopravvivenza si sgonfia, lasciando affiorare tutto quello che era stato tenuto sotto.

«Stiamo cercando di sederci con loro nell’oscurità», dice Jad Chamoun, responsabile della linea di emergenza psicologica 1564. «Di condividere con loro questo dolore». È forse la frase più onesta che si possa dire in un momento come questo. Non ci sono soluzioni. Ci sono solo persone che cercano di non lasciare soli altre persone.

A Jezzine lo sanno. Fatyl, quarantasei anni, sfollata dal suo villaggio di Habbush, è svenuta per un attacco d’ansia sulle scale della scuola. Quando si è ripresa ha detto: «Non so nemmeno se la mia casa esista ancora». Yussuf, arrivato da Aaramta nella notte tra il 2 e il 3 marzo con la moglie, la madre e due bambini di tre e cinque anni, guarda in basso quando gli chiedono del suo paese: «Non è rimasto quasi più nessuno. Solo una manciata di pastori che non possono abbandonare gli animali. Mi chiedo se tornerò mai».

Domanda senza risposta. Come quasi tutte le domande importanti in questa guerra.

Il sindaco Helou conclude con un’altra frase semplice: «Ciascuno deve fare la sua parte per alleviare almeno un po’ le sofferenze dei civili». Non è retorica. È un programma minimo in un momento in cui i programmi massimi — cessate il fuoco, trattati, sicurezza, giustizia — sembrano lontanissimi. Jezzine non può fermare i bombardamenti. Non può far tornare le case distrutte. Non può ridare ai bambini la normalità che qualcuno ha deciso di togliere loro. Può aprire le aule, dividere i bagni, cucinare pasti caldi, organizzare attività per tenere occupate le mani e la mente.

In una guerra che produce solo macerie, è già qualcosa. È forse l’unica cosa che resiste.