Dal sogno di fare da mediatrice atlantica al silenzio sui morti palestinesi: come la premier italiana si è ritrovata a inseguire gli eventi invece di guidarli
Giovedì Meloni riferirà in Parlamento sulla politica internazionale del governo. Lo farà senza pronunciare il nome di Trump, senza ammettere il naufragio della strategia del “ponte” tra Europa e Casa Bianca, e senza spendere una sola parola che abbia il peso reale di ciò che accade a Gaza. Quello che si annuncia è un’informativa che dirà tutto tranne la cosa vera.
C’è un modo elegante, in diplomazia, per dire che una strategia è fallita: si chiama «evoluzione del contesto». Significa che le cose sono andate diversamente da come si sperava, che le circostanze hanno prevalso sulle intenzioni, che nessuno ha sbagliato nulla — è stato il mondo, semmai, a muoversi nel modo sbagliato. Giorgia Meloni, quando giovedì si presenterà in Parlamento a riferire sulla politica estera del suo governo, userà probabilmente qualcosa di simile. Parlerà di dialogo, di postura atlantica, di ruolo dell’Italia nel contesto internazionale. Non dirà la cosa vera. Non la dirà perché la cosa vera è scomoda come un osso in gola: il grande disegno di fare dell’Italia il ponte tra l’Europa e Trump non è naufragato per colpa del vento. È naufragato perché il ponte non è mai stato costruito — e dall’altra sponda, nessuno lo voleva.
La premier aveva scommesso tutto su una rendita di posizione: essere l’unica leader europea con un filo diretto verso la Casa Bianca, l’interlocutrice privilegiata di un presidente che gli altri capi di governo guardavano con la stessa miscela di orrore e soggezione con cui si guarda un incendio dal finestrino. Meloni pensava di poter essere utile proprio in virtù di quella vicinanza ideologica — il nazionalismo, la destra sovranista, la retorica della civiltà occidentale assediata. Pensava che condividere il vocabolario bastasse a condividere gli interessi.
Non è così. Non è mai così.
Trump non ha bisogno di ponti. Trump ha bisogno di vassalli o di nemici, e quando la distinzione gli diventa complicata da gestire, semplicemente la ignora. L’Italia, sorrisi e abbracci nei corridoi di Mar-a-Lago a parte, è nel menù europeo esattamente come gli altri: una pietanza da consumare, non un commensale con cui trattare. I dazi colpiscono Roma come Parigi come Berlino. Le pressioni sulla NATO tagliano con la stessa sega elettrica le gambe di tutti. E quando Washington ha deciso di alzare la temperatura in Medio Oriente — sostenendo senza riserve l’offensiva israeliana su Gaza, strappando gli accordi, lasciando che le bombe continuassero a cadere sugli ospedali e sui campi profughi — non ha chiesto all’Italia né consigli né mediazione. Non ne aveva bisogno.
Resta lì, come una ferita che non si nomina, il silenzio di Meloni sulla Palestina. Un silenzio che dura da ottobre 2023 e che si è fatto, mese dopo mese, sempre più assordante mentre il bilancio delle vittime a Gaza superava ogni soglia immaginabile. Oltre cinquantamila morti. Città rase al suolo. Ospedali bombardati. Carestia indotta come strumento di guerra. Le organizzazioni umanitarie internazionali, i giuristi, persino la Corte Internazionale di Giustizia hanno usato parole precise per descrivere quello che accade nella Striscia. Meloni quelle parole non le ha mai pronunciate. Ha parlato di «diritto di Israele a difendersi», formula rituale che svuota di significato ogni successiva condanna delle «vittime civili» — come se le vittime civili fossero un accidente della storia e non il prodotto di scelte militari deliberate e documentate.
Non è una posizione neutrale. È una scelta. Ed è una scelta che ha un costo politico, morale e strategico enorme — anche perché ha contribuito a rendere il presunto ruolo di mediazione italiano una finzione priva di qualsiasi credibilità agli occhi degli attori regionali. Nessuno tratta con chi ha già scelto la parte.
Nel frattempo, il ministro della Difesa Guido Crosetto fa l’unica cosa che gli riesce bene quando la realtà supera la politica: si rifugia nei trattati. In Parlamento ha recitato il catechismo giuridico con la precisione di un notaio — le basi non possono essere usate per missioni «cinetiche», così si dice in gergo per non dire «d’attacco», perché la legge lo vieta, perché la Costituzione lo prevede, perché i trattati lo stabiliscono. Tutto vero. Tutto corretto. E tutto, politicamente, irrilevante. Perché la domanda che gli italiani si pongono non è se la base di Sigonella rispetti il diritto internazionale. È se il governo italiano abbia mai avuto il coraggio di dire ad alta voce, in sede politica e non solo giuridica, che non intende essere complice di ciò che accade a Gaza. E a quella domanda, i trattati non rispondono.
Fuori dall’aula, Crosetto è andato oltre: ha sfiorato la definizione di «folle» per il presidente degli Stati Uniti, ha invocato quasi apertamente la necessità che qualcuno di vicino a Trump lo «riporti sotto controllo». Parole che hanno persino entusiasmato l’ambasciata iraniana, prima della rettifica affannosa. È questo il livello a cui siamo arrivati: un ministro della Difesa italiano che parla quasi come un oppositore del suo stesso alleato atlantico, e poi deve correre ai ripari per non sembrare quello che, evidentemente, stava diventando.
Il paradosso finale è questo: Meloni si trova oggi a dover prendere le distanze da Trump — lo farà giovedì, con la perifrasi necessaria, senza nominarlo, anzi negando l’evidenza — non per scelta politica matura, non per visione strategica, non per coerenza con i valori dell’Unione Europea o con il diritto internazionale. Lo fa perché non ha alternative. Perché la realtà l’ha costretta. Perché il fallimento del piano-ponte è sotto gli occhi di tutti e bisogna almeno provare a gestirne le macerie.
Muoversi per necessità invece che per scelta non è mai un atto di leadership. È la sua negazione.
E intanto, a Gaza, si continua a morire. Senza che da Roma arrivi una parola che abbia il peso di quello che sta succedendo.
Muoversi per necessità invece che per scelta non è mai un atto di leadership. È la sua negazione. E intanto, a Gaza, si continua a morire senza che da Roma arrivi una parola che abbia il peso di quello che sta succedendo.
