Dick Cheney è morto nemico dichiarato di Trump. Bill Kristol ha attraversato il Rubicone ed è diventato, a tutti gli effetti pratici, un democratico. Il neoconservatorismo come etichetta è una parolaccia anche a destra, e la guerra in Iraq viene citata dalla nuova destra trumpiana come l’esempio canonico di ciò che non si deve mai più fare. Eppure eccoci qui: una guerra americana in Medio Oriente, sostenuta da larga parte della destra americana, condotta con la certezza che colpire duramente i nemici e uccidere i loro leader produrrà rispetto e deterrenza. La discontinuità è nelle insegne. La continuità è nell’anima.
Ci sono idee che sopravvivono alle sconfitte che le dovrebbero seppellire. Il militarismo americano della scuola “noi vinciamo, loro perdono” aveva incassato, con il disastro iracheno, quello che sembrava un colpo mortale. Le commissioni d’inchiesta, i libri di memorie, le retrodatazioni strategiche dei protagonisti, persino i film di Hollywood avevano certificato il fallimento. Eppure le idee non muoiono per confutazione. Muoiono, quando muoiono, perché chi le portava avanti esce di scena o cambia abbastanza da non poterle più riconoscere come proprie. I falchi dell’era Bush sono usciti di scena. Le idee sono rimaste, travasate in un nuovo contenitore con un’etichetta diversa.
Quello che accomuna i neoconservatori di allora e la destra trumpiana di oggi non è l’ideologia di facciata — la promozione della democrazia, che era già allora più verniciatura che convinzione, è completamente scomparsa dal lessico — ma qualcosa di più profondo e più viscerale: la convinzione che le regole del gioco internazionale siano costrutti che i forti possono riscrivere, che l’azione decisa crei la propria realtà, che esista una vitalità nazionale da rivendicare contro la stanchezza delle convenzioni liberali. Cheney lo esprimeva con il cinismo raffinato del funzionario di lungo corso. Trump lo esprime con il vocabolario della forza bruta e del mercato azionario. Il timbro è diverso. La musica è la stessa.
Sui social media americani le discussioni geopolitiche degli influencer trumpiani più giovani riproducono, con sorprendente fedeltà, gli argomenti che circolavano nei circoli neocon nella primavera del 2003: la necessità di ristabilire la deterrenza, il valore pedagogico della forza dimostrata, l’idea che i regimi nemici cedano quando capiscono di avere di fronte un avversario davvero determinato. Chi ha vent’anni oggi non ha memoria delle conferenze stampa di Rumsfeld, non ha vissuto in diretta il progressivo sgretolarsi della narrazione irachena, non porta su di sé la stanchezza di chi ha già visto questo film. Per loro non è un rerun. È una prima visione. E la mancanza di memoria storica è una delle risorse più abbondanti che ogni ciclo bellico può contare.
C’è però una differenza reale, e sarebbe disonesto ignorarla. Trump non è Cheney. Non nel senso che è migliore o peggiore, ma nel senso che è strutturalmente diverso: più incoerente, più adattabile, più disponibile a dichiarare vittoria e cambiare direzione senza che ciò produca in lui alcuna crisi identitaria. Il presidente che questa settimana esige la resa incondizionata potrebbe la settimana prossima stringere la mano a un mullah e chiamarlo accordo della forza. I falchi dell’era Bush erano ideologicamente rigidi — il loro fallimento fu anche un fallimento di quella rigidità, dell’incapacità di aggiustare la rotta quando la realtà aveva smesso di corrispondere al modello. Trump non ha questo problema perché non ha un modello. Ha umori, ha mercati da guardare, ha una base da non deludere. E la sua flessibilità tattica, per quanto caoticamente prodotta, lascia aperto uno spazio di uscita che i dottrinari del 2003 si erano deliberatamente chiuso.
Ma la flessibilità è una qualità ambivalente. Permette correzioni di rotta, certo. Permette anche escalation improvvise, inversioni inattese, minacce lanciate e ritirate nel giro di ore, dichiarazioni che anticipano mosse mai realizzate e silenzi che precedono azioni imprevedibili. In un contesto come il Medio Oriente, dove ogni segnale viene letto e riletto da molteplici attori con interessi divergenti, l’incoerenza di chi è al centro non è solo un difetto di stile: è un fattore di rischio sistemico. I nemici non sanno cosa aspettarsi. Ma nemmeno gli alleati.
La vera lezione dell’Iraq non era che la guerra preventiva è sempre sbagliata, né che gli Stati Uniti non debbano mai usare la forza militare. Era più semplice e più difficile da assorbire: che l’arroganza del potere — la certezza di poter creare realtà attraverso la volontà e la potenza di fuoco — produce conseguenze che nessuna quantità di determinazione riesce a governare. Quella lezione era già disponibile nel 2003, scritta nella storia di ogni grande potenza che aveva creduto di poter riscrivere l’ordine di una regione con i bombardamenti. Non fu ascoltata allora. Il fatto che oggi venga ripetuta, con un lessico aggiornato e da protagonisti più giovani, suggerisce che non sia stata davvero imparata nemmeno adesso.
Cheney è sepolto. Il suo spirito no.
