L’inchiesta di Milano sui rider arriva alle grandi catene del food e della distribuzione: non basta dire “non sono nostri dipendenti” quando si guadagna su un lavoro pagato a cottimo, sorvegliato dall’algoritmo e schiacciato sotto la soglia della dignità.

Per anni ce l’hanno venduta come innovazione: consegne veloci, app efficienti, città “smart”. Ma se dietro il panino a domicilio ci sono paghe da fame, turni massacranti e un controllo digitale che punisce chi rifiuta una corsa, il nome giusto non è modernità: è sfruttamento. E adesso che la Procura di Milano bussa anche alle porte dei grandi marchi che di quel sistema si servono, la domanda diventa inevitabile: chi incassa davvero può ancora fingersi innocente?

Per anni abbiamo raccontato il lavoro dei rider come una modernità inevitabile: l’app, la geolocalizzazione, la consegna rapida, la comodità a domicilio. Adesso l’inchiesta di Milano costringe tutti a cambiare vocabolario. Perché quando la Procura parla di caporalato, di paghe sotto la soglia di povertà, di controllo giudiziario, non siamo più nel campo dell’innovazione: siamo in quello dello sfruttamento. E oggi il cerchio si allarga fino ai grandi nomi del consumo quotidiano — McDonald’s, Burger King, Esselunga, Carrefour, Crai, Poke House, KFC — ai quali i carabinieri del lavoro hanno chiesto documenti sui modelli organizzativi e sui sistemi di controllo interni. Non sono indagati, ma la domanda che arriva nelle loro sedi è chiarissima: chi beneficia di quel lavoro, che cosa fa per impedire che sia lavoro umiliato?  

La Procura di Milano, con il pm Paolo Storari, ha disposto il controllo giudiziario su Deliveroo dopo il precedente Glovo/Foodinho. Secondo gli atti richiamati da ANSA e RaiNews, si parla di migliaia di rider coinvolti, con retribuzioni “in alcuni casi inferiori fino a circa il 90%” rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva, e di una situazione di illegalità da fermare “al più presto”. Deliveroo ha dichiarato di stare esaminando la documentazione e di collaborare con le autorità.  

Qui, per un giornale di cattolicesimo sociale, il punto non è soltanto giudiziario. È morale. Ed è anche teologico, nel senso più concreto del termine.

La Dottrina sociale della Chiesa possiede una categoria che sembra scritta per il capitalismo di piattaforma: il “datore di lavoro indiretto”. In Laborem exercens, Giovanni Paolo II spiega che, oltre al datore diretto, esistono molti soggetti — istituzioni, contratti, sistemi, fattori economici — che condizionano realmente il rapporto di lavoro e ne portano una responsabilità vera, anche se “meno diretta”. È una pagina impressionante per attualità. Perché descrive esattamente il sistema in cui il ristorante, la piattaforma, il brand, la logistica e l’algoritmo si distribuiscono funzioni e scaricano colpe, mentre il rischio resta tutto sul lavoratore in bicicletta.  

In altre parole: se il rider è formalmente “autonomo” ma sostanzialmente comandato da una app che decide tempi, corse, premi, punizioni e perfino la visibilità del suo lavoro, non basta dire “non è un mio dipendente” per lavarsi la coscienza. L’economia digitale ha raffinato la distanza; la Dottrina sociale la richiama alla responsabilità.

E infatti l’altro grande principio, sempre in Laborem exercens, è la priorità del lavoro sul capitale. Non è uno slogan novecentesco: è un criterio di giudizio. Se il sistema massimizza efficienza e consegne, ma produce redditi incompatibili con una vita dignitosa, allora è il sistema a essere sbagliato, non il lavoratore a essere “non competitivo”. Giovanni Paolo II dice che il capitale è strumento; il lavoro umano è il soggetto. Quando accade il contrario, nasce quella forma moderna di idolatria che chiamiamo mercato, ma che il Vangelo chiamerebbe più semplicemente ingiustizia.  

Papa Francesco, in Fratelli tutti, lo ha detto con parole che oggi dovrebbero entrare nelle riunioni dei consigli di amministrazione: “non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro e della dignità del lavoro”, e il lavoro è “dimensione irrinunciabile della vita sociale”. Non è solo reddito: è relazioni, crescita, appartenenza, popolo. Ecco perché il caporalato dei rider non è una nicchia di cronaca nera del lavoro: è una ferita al legame sociale. Trasforma persone in terminali di un sistema che le usa e le rende invisibili.  

L’aspetto più interessante dell’inchiesta milanese, però, è proprio l’allargamento del fuoco. Per anni il dibattito si è fermato alla piattaforma (“colpa di Glovo”, “colpa di Deliveroo”). Ora, invece, la Procura chiede di vedere anche i modelli organizzativi di chi usa quel servizio per vendere panini, poke, spesa e pasti. È un passaggio culturale prima ancora che processuale: la filiera non è una nebbia etica. Chi sta a monte non può fingere di non sapere cosa accade a valle.  

Per la coscienza cattolica, questo significa una cosa semplice e radicale: non basta indignarsi per il rider sotto la pioggia. Bisogna rimettere mano ai criteri con cui consumiamo, ordiniamo, valutiamo il “servizio”. Un panino consegnato in dodici minuti può costare poco a noi perché è costato troppo a qualcun altro.

La politica faccia il suo mestiere, la magistratura faccia il suo, le imprese correggano davvero i modelli. Ma anche noi, come comunità cristiane, dobbiamo smettere di benedire la comodità quando è costruita sulla paura e sul bisogno. Il lavoro non è una variabile dell’algoritmo. È la carne viva della dignità umana. E quando quella dignità viene compressa in una tariffa a consegna, non siamo davanti a un disguido di mercato: siamo davanti a un peccato sociale.