L’Artico non è più una periferia del mondo. È diventato uno dei nuovi centri di gravità della geopolitica globale: rotte commerciali che si accorciano, risorse energetiche e minerarie, competizione militare tra grandi potenze, cambiamento climatico che avanza più veloce che altrove. In questo scenario, l’Italia c’è. Da anni, con discrezione ma continuità, attraverso la Marina Militare e un sistema di ricerca scientifica tra i più avanzati in Europa.
Non è una presenza improvvisata né simbolica. È una strategia a lungo raggio, costruita nel tempo, spesso lontano dai riflettori, che oggi acquista un significato politico nuovo.
La Marina Militare: dall’oceano al ghiaccio
Già da oltre un decennio, la Marina Militare italiana opera stabilmente nell’Artico, soprattutto nel Nord Atlantico e nel Mare di Barents, in cooperazione con alleati NATO e partner nordici. Le missioni non sono di pura proiezione militare, ma di presenza, sorveglianza, interoperabilità e conoscenza dell’ambiente operativo.
Le unità italiane partecipano regolarmente a esercitazioni multinazionali ad alta latitudine, dove il fattore climatico diventa elemento strategico: navigazione tra i ghiacci, operazioni in condizioni estreme, logistica complessa, comunicazioni difficili. È un addestramento che guarda al futuro, perché il freddo non è più solo una variabile naturale, ma una dimensione del confronto geopolitico.
Negli ultimi anni, con l’intensificarsi delle tensioni tra Russia e NATO e con la crescente attenzione americana per la Groenlandia e il Grande Nord, la presenza italiana si è inserita in un quadro più ampio: rafforzare la sicurezza euro-atlantica senza militarizzare l’Artico, mantenendo un profilo credibile ma non provocatorio. Un equilibrio delicato, in cui Roma ha spesso giocato un ruolo di raccordo.
La ricerca scientifica: l’altra faccia della presenza italiana
Accanto alla dimensione militare, l’Italia è uno dei Paesi europei più attivi nella ricerca scientifica artica. Dal 1997 il nostro Paese gestisce la base “Dirigibile Italia” a Ny-Ålesund, nelle isole Svalbard, uno dei più importanti poli scientifici internazionali dell’Artico. Un luogo dove la scienza precede la politica, ma dove la scienza è inevitabilmente politica.
Clima, atmosfera, biodiversità, ghiacci, geologia, osservazione satellitare: l’Italia contribuisce in modo decisivo allo studio di un’area che è il grande laboratorio del cambiamento climatico globale. Qui si misurano gli effetti che domani colpiranno il Mediterraneo: innalzamento dei mari, eventi estremi, instabilità ambientale.
La presenza scientifica italiana non è neutra né marginale. È una forma di sovranità soft, che consente al Paese di sedere ai tavoli internazionali sull’Artico con competenze riconosciute e non solo con rivendicazioni politiche. In un contesto in cui l’Artico rischia di essere letto solo in chiave militare o commerciale, l’Italia continua a proporre una visione integrata: sicurezza, ambiente, cooperazione.
Marina e scienza: un modello italiano
Ciò che distingue l’Italia da altre potenze artiche o aspiranti tali è proprio la sinergia tra difesa e ricerca. Le missioni navali supportano attività scientifiche, la conoscenza ambientale migliora la sicurezza della navigazione, i dati raccolti alimentano la diplomazia climatica. È un modello che evita la logica della bandiera piantata sul ghiaccio e privilegia la continuità.
Questa impostazione si riflette anche nel ruolo italiano nei consessi internazionali: osservatore attivo nel Consiglio Artico, partner affidabile per i Paesi nordici, interlocutore credibile per Stati Uniti e Canada, ma anche capace di mantenere canali scientifici aperti con realtà oggi politicamente isolate.
Perché l’Artico riguarda l’Italia
C’è chi si chiede perché un Paese mediterraneo investa tanto nell’Artico. La risposta è semplice: perché l’Artico decide il Mediterraneo di domani. Le correnti atmosferiche, le dinamiche climatiche, le nuove rotte commerciali, l’equilibrio energetico globale hanno lì uno dei loro epicentri.
Inoltre, la competizione tra grandi potenze sta spostando verso Nord una parte decisiva della sicurezza europea. Restarne fuori significherebbe accettare di subire scelte altrui. L’Italia, invece, ha scelto di esserci senza urlare, costruendo una presenza paziente, competente, riconosciuta.
Un protagonismo sobrio, ma strategico
Oggi, mentre l’Artico torna al centro delle tensioni globali – dalla Groenlandia alle rotte polari, dalla deterrenza militare alla corsa alle risorse – la presenza italiana appare per ciò che è sempre stata: un investimento lungimirante. Non una moda geopolitica dell’ultimo momento, ma una strategia che unisce sicurezza, scienza e diplomazia.
In un mondo che tende a leggere tutto in termini di confronto frontale, l’Italia continua a praticare una presenza diversa: meno spettacolare, ma più solida. Nell’Artico come nel Mediterraneo, Roma gioca una partita di lungo periodo. E oggi, più che mai, quella partita conta.
