La scoperta di una “lista degli stupri” scritta nel bagno del liceo Giulio Cesare di Roma ha sconvolto studenti, docenti e istituzioni. Un episodio che va oltre la bravata: mostra la deriva culturale che attraversa il Paese e riaccende il dibattito sull’educazione al rispetto, proprio nei giorni in cui in Senato è stata bloccata la legge sulla violenza sessuale.
Ci sono mattine in cui una scuola non è più soltanto un edificio. Diventa uno specchio incrinato del Paese.
Al liceo Giulio Cesare di Roma, storico tempio dell’umanesimo, succede tutto in poche ore: un muro del bagno dei maschi, una scritta oscena tracciata con un pennarello, nove nomi di ragazze esposte come bersagli. Una “lista degli stupri”.
La brutalità dell’espressione basta da sola a gelare il sangue. Ma ciò che colpisce di più è il movimento silenzioso e simultaneo di decine di adolescenti che aprono lo smartphone, controllano l’elenco, si cercano, si confortano.
Qualcuna scoppia a piangere. Qualcun’altra resta immobile, come in uno stato di sospensione.
Perché in realtà, scopriranno presto, in quella lista ci sono tutte.
La preside Paola Senesi reagisce in un lampo: nessuna retorica, nessuna dilazione. Scrive, firma, prende posizione. Richiama la Costituzione, i valori educativi, la dignità umana. Ricorda agli studenti che il Giulio Cesare non è un passaggio casuale della storia di Roma, ma un luogo che deve formare cittadini, non predatori.
In un Paese in cui gli adulti spesso parlano di scuola senza conoscerla, queste parole sono un atto politico nel senso più alto: un muro che si erge dove altri cedono terreno.
Ma, intanto, quel graffito ha già fatto il suo giro. E fuori dal liceo, la macchina istituzionale si muove con dichiarazioni che somigliano a cerchi concentrici d’indignazione. Il ministro Valditara parla di “fatto grave da sanzionare duramente”, ricorda le nuove linee guida sull’educazione al rispetto, promette verifiche.
Eugenia Roccella coinvolge famiglia, scuola, media, musica: tutti chiamati a fare parte di una pedagogia collettiva che ancora non c’è.
La politica di opposizione va oltre: non è una bravata, è patriarcato, dicono. È violenza culturale. È il segno che il problema non è “l’episodio”, ma la falda sotterranea che lo rende possibile.
Il dibattito si accende, come ogni volta che qualcosa di mostruoso emerge in un luogo che dovrebbe essere sacro.
Eppure, ancora una volta, sembra sfuggirci la domanda essenziale: com’è possibile che dei ragazzini abbiano in testa la parola “stupro” come arma di scherno? Da dove viene questa grammatica della sopraffazione? Chi gliel’ha insegnata, o peggio, chi non gliel’ha disinsegnata?
L’Italia afferma di voler proteggere le donne, mentre al Senato si blocca proprio quella legge sulla violenza sessuale che avrebbe dovuto essere approvata nella settimana dedicata alle vittime. Una sincronia che pesa come una condanna.
Il Giulio Cesare, intanto, si prende cura delle sue studentesse, come può. Le accompagna, le ascolta, le protegge. Ma sa che da solo non basta. Una scuola può spegnere un incendio, ma non può bonificare un terreno inquinato.
Ecco perché questa storia ci riguarda tutti.
Perché nessuna ragazza dovrebbe mai entrare in un bagno scolastico e temere di trovare il proprio nome su un muro. Nessun ragazzo dovrebbe crescere pensando che l’odio sia un gioco.
E nessun adulto dovrebbe voltarsi dall’altra parte.
In un’Italia spesso smemorata, le parole della dirigente suonano come un monito: «Il liceo non vuol essere ricettacolo d’intolleranza».
E forse è qui il punto: nessun luogo dovrebbe esserlo. Ma finché non avremo il coraggio di un’educazione affettiva vera, capillare, quotidiana, strutturale, continueremo a sorprenderci dei sintomi e a ignorare la malattia.
Le ragazze del Giulio Cesare oggi hanno paura, rabbia, confusione.
Domani, speriamo, avranno una risposta.
E quel muro – quel maledetto muro – resterà come un promemoria amaro: non basta cancellare una scritta per cancellare la cultura che l’ha prodotta.
