C’è un momento preciso in cui una crisi smette di essere crisi e diventa guerra. Non è quello in cui cadono le prime bombe quello è spesso solo il compimento di una logica già scritta, l’ultimo atto di una pièce che i registi avevano già in mente. Il momento vero è quello in cui le istituzioni cedono il passo ai militari, in cui la politica si scopre decorazione e il potere reale emerge senza più maschera. In Iran quel momento è arrivato. E la domanda che nessuno sembra volersi porre è se qualcuno, da qualche parte, avesse davvero interesse a evitarlo.

La scena è questa: il presidente Pezeshkian parla, si scusa con i vicini, invoca il diritto internazionale, promette che i paesi confinanti non saranno più colpiti — salvo poi aggiungere, quasi in un sussurro, che Iran non li ha mai attaccati davvero, solo le basi americane che vi si trovano sopra. È una distinzione sottile, quasi accademica, nel bel mezzo di una guerra che ha già fatto più di milleduecento morti iraniani nella sola prima settimana. Ma soprattutto è una distinzione che non conta nulla, perché il potere a Teheran non è nelle mani di chi parla: è nelle mani di chi decide se sparare. E chi decide è la Guardia Rivoluzionaria, il cui comandante è considerato uno dei più intransigenti nella storia dell’istituzione. Il presidente è, nella migliore delle ipotesi, il numero due di un sistema in cui il numero due non conta.

Questa architettura del potere — che chiunque si occupi di Iran conosce da decenni — ha prodotto una conseguenza quasi paradossale: le parole di distensione di Pezeshkian vengono smentite in tempo reale dall’IRGC, che nel frattempo dichiara che qualunque base americana nella regione è un bersaglio legittimo. Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Kuwait, Bahrain, Iraq, Giordania, Azerbaigian, Turchia: tutti finiti, in modi diversi, nella traiettoria di questo conflitto che doveva — nelle intenzioni originarie, o almeno in quelle dichiarate — restare chirurgico e limitato. Il Qatar avverte che le esportazioni energetiche dal Golfo potrebbero interrompersi in poche settimane. Il ministro dell’energia lo dice senza giri di parole: se la guerra continua, la crescita globale ne risentirà, i prezzi saliranno, le catene di fornitura si spezzeranno. La crisi del petrolio del 1973 era uno shock artificiale, costruito politicamente. Questo sarebbe strutturale.

Sul fronte opposto, Trump gioca la sua parte con la disinvoltura di chi non considera i costi. Ha annunciato la distruzione di quarantadue navi iraniane in tre giorni — un numero che gli osservatori militari guardano con sospetto — e ha chiesto la “resa incondizionata”, formula che nella storia ha sempre significato o la vittoria totale o l’escalation totale, raramente qualcosa di intermedio. Poi ha minacciato di colpire obiettivi e “gruppi di persone” non ancora considerati bersagli, senza specificare di chi si trattasse. È il linguaggio dell’intimidazione, certamente. Ma è anche il linguaggio di chi non ha una strategia chiara per il giorno dopo.

All’interno dell’Iran, intanto, si consuma una storia parallela che i media statali non raccontano e che Internet disconnesso rende difficile da documentare. Il Ministero dell’Intelligence caccia la caccia alle “quinte colonne”, a chi fotografa i crateri dei missili per mandarli alle “reti terroristiche” straniere. Un comandante dei Pasdaran in televisione avverte i genitori: se vostro figlio “fa uscire un suono dalla gola” allineato col nemico, l’ordine di sparargli è già stato emesso. Non è retorica da sottovalutare. Migliaia di iraniani sono stati uccisi durante le proteste dell’inizio dell’anno. Il regime sa come reprimere e lo ha dimostrato.

Eppure c’è qualcosa di radicalmente instabile in questo equilibrio del terrore interno. Un paese in cui bisogna ricordare ai militari che hanno il permesso di sparare ai ladri; in cui i messaggi di massa sono indirizzati al “popolo resistente” come se la resistenza fosse un dato di fatto e non un obiettivo da raggiungere; in cui il blackout di Internet non riesce a impedire alla gente di sintonizzarsi sui satelliti per sentire cos’altro sta bruciando — quel paese sta tenendo, ma a quale prezzo e per quanto tempo nessuno lo sa.

Nel Libano orientale, nella Bekaa, i morti si contano a decine in un singolo attacco notturno su Nabi Chit. Elicotteri israeliani atterrati dal lato siriano, scontri con i combattenti di Hezbollah e con i residenti, poi quaranta incursioni aeree per coprire la ritirata. Ufficialmente, l’operazione serviva a cercare i resti di un aviatore disperso dal 1986. Non è stata trovata nessuna traccia. Sono stati trovati altri ventuno morti. Il Libano non voleva questa guerra — il primo ministro lo ha detto esplicitamente — ma i combattenti di Hezbollah sono sulle linee del fronte indipendentemente dal veto del governo centrale. Il paese è trascinato da una forza che non controlla.

È questa, forse, la lezione più crudele che questa guerra sta impartendo: i governi formali — quello libanese, quello iraniano nelle sue componenti civili, persino quello americano nelle sue proiezioni tattiche — sembrano avere sempre meno presa sulle dinamiche che hanno contribuito a innescare. Le milizie decidono. I generali decidono. I mercati decidono, al rialzo, sui futures del petrolio. La diplomazia, quando prova a farsi sentire, deve competere con il fragore di quaranta incursioni aeree in una sola notte.

Rimane una domanda che vale la pena tenere aperta, senza risposta affrettata: chi guadagna da questa guerra? Non nel senso immediato e banale del profitto di guerra, ma nel senso strategico più profondo. Chi esce rafforzato da un Medio Oriente in fiamme, con le rotte energetiche instabili, le monarchie del Golfo sotto pressione, il Libano ulteriormente destabilizzato e l’Iran che brucia dall’interno e dall’esterno? Le risposte possibili sono inquietanti. E il fatto che nessuno dei grandi attori sembri avere un piano credibile per la pace suggerisce che, almeno per ora, la guerra è il piano.