APPROFONDIMENTO: Quando un Papa arriva in Libano, non compie un viaggio qualunque. Entra in un Paese che da decenni è il punto di pressione dove si misura la sopravvivenza della convivenza tra comunità, fedi, potenze esterne. Giovanni Paolo II lo comprese nel 1997 — “il Libano è più che un Paese: è un messaggio” — e Benedetto XVI lo confermò nel 2012, nel suo ultimo viaggio apostolico, quando vide un popolo provato ma tenace, capace di custodire le proprie radici meglio di molti altri nel Medio Oriente in trasformazione.

Leone XIV si inserisce in questa linea, ma lo fa in un Libano profondamente cambiato. Più fragile, più esposto, più complesso. Certo, oggi il Paese ha un Presidente eletto — un passo significativo dopo anni di paralisi istituzionale — ma la stabilità resta una chimera: non basta un Capo dello Stato per risolvere ciò che è strutturale. E il Papa, con lucidità, non si è limitato a celebrare un avanzamento politico. Ha scelto di parlare al cuore geopolitico della nazione.

Il suo discorso non è stato spiritualistico: è stato un discorso realistico. Ha riconosciuto che la pace, qui, non è un’astrazione: è un mestiere quotidiano che si esercita tra quartieri, tra comunità, tra milizie, tra memorie ferite che continuano a convivere nello stesso spazio ristretto.

Il primo sguardo cade inevitabilmente sui Maroniti, colonna portante culturale del Libano. Anche se non sono più la maggioranza numerica, restano la spina dorsale istituzionale: scuole, università, ospedali, stampa, reti diasporiche. Il Presidente oggi eletto appartiene a questa tradizione, e l’elezione stessa è la prova che il loro ruolo rimane determinante. Quando Leone XIV parla di “ricominciare” e “restare”, parla di una storia che i Maroniti conoscono bene: minoranza nel mondo arabo, maggioranza morale nel Paese dei Cedri.

Molto diversa è la condizione dei Sunniti, che attraversano la fase più incerta della loro storia recente. L’indebolimento della leadership storica, la fine della protezione saudita e il collasso del sistema bancario — un tempo il loro terreno di potere — hanno creato una comunità priva di un riferimento chiaro. In questo vuoto, la tentazione di guardare altrove, verso i Paesi del Golfo, è forte. La frase del Papa sulla “pace cercata altrove” è stata comprensibile a tutti: parlava anche di loro.

Gli Sciiti, invece, vivono un percorso opposto. Da comunità marginalizzata sono diventati attori dominanti grazie all’ascesa di Hezbollah, che da milizia si è trasformata in infrastruttura totale: welfare, scuole, media, controllo territoriale, strutture finanziarie e un peso militare notevole. La presenza di questo “Stato parallelo” spiega bene l’affermazione papale secondo cui non basta “abitare sotto lo stesso tetto” per avere pace. Oggi il Libano ha istituzioni ufficiali e centri di potere alternativi, e la convivenza tra questi due sistemi è la sua principale sfida.

Accanto ai tre grandi blocchi, esistono attori che garantiscono stabilità silenziosa. Gli Armeni, con la loro memoria del genocidio e con la loro disciplina comunitaria, rappresentano quel segmento della popolazione che lavora, non rumoreggia e media. I Drusi, storicamente guidati dall’istinto strategico di sopravvivenza, restano un barometro politico: pochi, ma capaci di muoversi con rapidità e lucidità tra equilibri mutevoli. Una bussola implicita per capire verso dove si inclina il Paese.

Altri gruppi vivono nell’ombra delle analisi: i Curdi, presenti da decenni senza rappresentanza confessionale ma pienamente integrati nel tessuto urbano ed economico; i Palestinesi, stabilmente residenti in campi che sono diventati città nella città; e soprattutto i Siriani, oggi milioni, passati da potenza occupante a crisi sociale interna. La loro presenza è la questione più esplosiva: ridefinisce salari, equilibri comunitari e percezioni identitarie. Quando il Papa parla di mobilità umana come opportunità, lo fa in un contesto in cui la maggioranza dei cittadini vive la questione come un trauma ancora non elaborato.

A tutto ciò si somma la variabile esterna che nessun Papa può ignorare: il fronte sud con Israele. Ogni tensione, ogni raid, ogni provocazione — da entrambe le parti — ha ricadute immediate sulla politica interna, rafforzando Hezbollah e mettendo alla prova l’esecutivo. Con un Presidente finalmente in carica, la pressione su Beirut è ancora più forte: ogni escalation è un test sulla sopravvivenza stessa dello Stato.

La crisi economica, intanto, ha lasciato macerie profonde. Il default ha disgregato la classe media, tolto fiducia nelle banche, accelerato la fuga dei giovani e costretto migliaia di famiglie a reinventarsi precariamente. In questo scenario, Leone XIV non ha offerto facili soluzioni — sarebbe stato ingenuo. Ha fatto ciò che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI fecero prima di lui: ricordare al Libano che la sua vocazione non è il fatalismo, ma la resistenza. Non retorica, ma struttura identitaria.

E tuttavia Leone XIV aggiunge qualcosa di nuovo: una richiesta concreta di “restare”, rivolta ai giovani e alla diaspora. Non un appello sentimentale, ma una constatazione geopolitica: se i migliori continuano a partire, il Paese non avrà più le energie per reinventarsi. E il mondo perderà l’unico laboratorio di convivenza realmente plurale del Mediterraneo.

Forse il Papa non ha detto tutto, ma ha indicato il punto essenziale: il Libano non è un problema da gestire, è una possibilità da proteggere. Giovanni Paolo II lo vide come un messaggio, Benedetto XVI come un ponte. Leone XIV, oggi, lo vede come un test: il luogo in cui si decide se nel Mediterraneo del futuro sarà ancora possibile convivere tra identità diverse, oppure se prevarrà la logica della separazione.

Il Libano ha un Presidente.

Ha una storia di resistenza.

Ha comunità straordinarie.

E ha, come sempre, un futuro da inventare in mezzo alle sue fragilità.

La domanda, ora, è se saprà raccogliere l’invito del Papa: non solo ricominciare, ma fare del ricominciare una strategia nazionale.

Perché, come diceva Giovanni Paolo II, il Paese dei Cedri non è un luogo come gli altri: è un messaggio.

E come mostrò Benedetto XVI, quel messaggio è ancora vivo.

Leone XIV, infine, ha ricordato che vive solo se qualcuno — tutti — decide di non abbandonarlo.