Il cardinale Parolin chiede a Trump di fermare la guerra

C’è un modo in cui i più poveri imparano a misurare la propria fortuna. Non in ciò che hanno, ma in ciò che non hanno perso ancora. Un uomo siriano incontrato sul lungomare di Beirut, accampato sotto un telo di plastica insieme alla moglie, ai figli, al fratello e alla sua famiglia — undici persone in tutto — lo riassume con una frase che vale più di qualsiasi analisi: almeno, dice, qui non tira vento come vicino al mare. Veniva dalla periferia meridionale della capitale, svuotata dai raid. I centri di accoglienza sono saturi. I rifugi allestiti dal governo — scuole e palestre trasformate in dormitori — hanno trovato posto per appena il 15 per cento degli evacuati. Il resto dorme in macchina, sotto i ponti, sui marciapiedi. Almeno, per ora, il tempo regge.

Mentre quell’uomo conta le sue fortune sotto il telo, a Roma il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, risponde ai giornalisti che gli chiedono cosa direbbe a Donald Trump. La risposta è misurata, come è nello stile che il porporato difende con convinzione: finisca al più presto la guerra, perché il pericolo di un’escalation è alle porte. E agli israeliani: lasciate stare il Libano.

Sono due scene che appartengono allo stesso mondo e sembrano appartenere a mondi diversi. Da una parte la diplomazia delle parole pesate, lo stile «disarmato e disarmante» di Leone XIV che Parolin descrive come antidoto alla logica di chi grida più forte. Dall’altra il milione di sfollati che non ha tempo per gli stili: ha freddo, ha fame, ha bambini piccoli e non trova posto nei rifugi perché i rifugi sono già al limite, con più famiglie per stanza e un bagno ogni decine di persone.

C’è una tentazione, davanti a queste due scene, di contrapporne la retorica alla realtà, la diplomazia all’urgenza. Sarebbe sbagliato. Le parole di Parolin valgono precisamente perché quell’uomo sul lungomare esiste, e perché il cardinale lo sa. La pace di cui parla non è un’astrazione consolatoria: è la constatazione, lucida e scomoda, che ogni settimana di guerra produce altri centomila sfollati, altri ponti distrutti, altri raid su quartieri che non sono nemmeno roccaforti di nessuno.

Il conto cresce con una precisione amministrativa che fa paura: quasi mille morti, oltre cento dei quali bambini. Migliaia di feriti. Un milione di sfollati, quasi un quinto della popolazione, ai quali si sommano oltre un milione di siriani rifugiati da più di un decennio. E poi i migranti africani — eritrei, sudanesi, fuggiti da altri conflitti per lavorare nei campi del sud — che ora fuggono di nuovo, e che nessuno vuole nei rifugi perché nei rifugi non c’è posto nemmeno per i libanesi. Finiscono nei conventi, nelle chiese, ovunque qualcuno tenga ancora aperta una porta. La voce si sparge: ne arriva sempre il doppio di quanti se ne aspettano.

Parolin cita la «logica del profitto, degli interessi nazionali e dei gruppi di potere» come il vero motore di questa corsa agli armamenti che sta ridisegnando il pianeta. È una diagnosi corretta. Ma ha una conseguenza che il cardinale conosce bene: quella logica non si ferma con le parole. Nemmeno con le parole giuste, pronunciate con il tono giusto, nell’occasione giusta. Si ferma quando qualcuno decide di fermarla. E quella decisione non spetta al Papa né al suo segretario di Stato, ma agli uomini che siedono a Washington e a Tel Aviv.

Di fronte agli eventi che incendiano il Medio Oriente, ammette Parolin, non ci sono ancora segnali che lascino intravedere uno spegnimento. È una frase che pesa quanto qualsiasi immagine. Significa che il milione di sfollati potrebbe diventare due. Che altri ponti saranno distrutti. Che altri ragazzi moriranno sui tetti cercando il segnale.

Sotto il telo, quell’uomo spera che non piova. Per stanotte, almeno, regge.