Per l’Italia meglio sarebbe un giorno da leone che cento da pecora
«Si guadagneranno tanti soldi». Questa è la frase con cui il presidente degli Stati Uniti ha commentato la fine — provvisoria, fragile, già violata — di una guerra che ha ucciso migliaia di persone, raso al suolo quartieri civili, bombardato ospedali, trasformato Beirut in un campo di battaglia e il Libano in un paese escluso perfino dalle tregue che lo riguardano. Non una parola per i morti. Non una per i feriti. Non una per i bambini che dormono aggrappati alle nonne perché il cielo fa paura. Solo questo: si guadagneranno tanti soldi. Questa potrebbe essere l’Età dell’Oro del Medio Oriente.
Benvenuti nella visione del mondo di un immobiliarista di Queens che ha scambiato la geopolitica per una trattativa su un lotto edificabile.
La logica è sempre la stessa, immutabile come un riflesso condizionato: ogni crisi internazionale, ogni conflitto, ogni accordo diplomatico viene misurato in termini di ritorno economico, di leverage commerciale, di chi guadagna e chi perde sul mercato. Lo Stretto di Hormuz? Una «joint venture». L’Iran decimato? Una «vittoria con la V maiuscola». Il Libano che brucia mentre si negoziano le tregue? Una «scaramuccia». I morti? Non pervenuti. Il conto finale? In dollari, naturalmente.
Ma è sulla NATO che Trump raggiunge il culmine di una ipocrisia così sfacciata da risultare quasi ammirevole nella sua impudenza. La NATO «non c’era quando ne avevamo bisogno». La NATO ha «voltato le spalle al popolo americano». I paesi europei sono stati «messi alla prova e hanno fallito». Peccato che Trump dimentichi — o finga di dimenticare, che è peggio — un dettaglio non trascurabile: l’articolo 5 dell’Alleanza atlantica è stato invocato una volta sola nella storia della NATO. Una. Dopo l’11 settembre 2001. E quella volta erano gli europei a correre in soccorso degli americani, non il contrario.
Da allora, in nome di quella solidarietà atlantica, l’Europa è stata trascinata in ogni avventura militare americana senza che nessuno le chiedesse davvero il permesso. I Balcani: una guerra dichiarata illegale dal Parlamento italiano, condotta in violazione della Carta dell’ONU, che l’Italia ha dovuto sostenere con basi, spazi aerei, logistica. L’Iraq: una guerra fondata su bugie certificate — le famose armi di distruzione di massa che non esistevano — che ha destabilizzato un’intera regione, prodotto l’ISIS e lasciato all’Europa il conto profughi per decenni. La Libia: bombardata fino al collasso istituzionale, trasformata in uno Stato fallito a poche miglia dalle coste italiane, con conseguenze che l’Italia paga ancora oggi in termini di flussi migratori, instabilità regionale e costi umani che nessun bilancio presidenziale americano ha mai contabilizzato.
Tutto questo Trump lo dimentica. O meglio: lo ignora con la serenità di chi non ha mai dovuto fare i conti con le conseguenze delle proprie decisioni, perché quelle conseguenze le hanno pagate sempre gli altri.
E mentre dimentica, minaccia. La Groenlandia — «quel grosso pezzo di ghiaccio, mal gestito» — torna ad affacciarsi come spauracchio ogni volta che Trump vuole punire l’Europa per non essersi prostrata abbastanza. Mark Rutte incassa, para i colpi, descrive l’incontro come «fra amici», ammira la «leadership» di chi lo sta ricattando con la naturalezza di chi ha fatto del servilismo una strategia di sopravvivenza. «Ha ascoltato con attenzione», dice Rutte. Immaginiamo.
Il problema non è Trump. Trump è quello che è: un uomo che ha costruito la propria carriera sulla prepotenza, che considera la diplomazia una variante del gioco delle tre carte, che misura il valore di un’alleanza in termini di quanto costa e quanto rende. Il problema è la risposta europea — e italiana in particolare — a tutto questo. Il problema è che da anni, di fronte a ogni minaccia, insulto, ricatto e capriccio proveniente da Washington, la reazione prevalente è quella del punching ball di Rutte: assorbire il colpo, sorridere, dire che è tutto normale, rivendicare di aver «fatto valere le ragioni» in un incontro in cui l’altra parte ha già deciso tutto.
L’Italia ha basi militari americane sul proprio territorio che non controlla. Ha partecipato a guerre che non ha scelto. Ha subito dazi che colpiscono la sua economia. Ha ospitato operazioni militari nel Mediterraneo che hanno prodotto disastri di cui porta ancora le conseguenze. Ha taciuto su Gaza per non dispiacere a Washington. Ha negato l’uso delle basi per missioni d’attacco — correttamente, per obblighi di trattato — ma senza mai trasformare quella necessità giuridica in una scelta politica consapevole e dichiarata.
Ora Trump dice che la NATO ha fallito. Che l’Europa non c’era. Che forse se ne va. E la risposta è ancora quella del punching ball: assorbire, sorridere, rivendicare il dialogo.
Ma il dialogo con chi ti ricatta ha un nome preciso: resa.
C’è un momento in cui un continente — e un paese — deve decidere chi è e dove sta. Non per arroganza, non per ingratitudine verso decenni di protezione atlantica che hanno avuto anche un valore reale. Ma perché la protezione che ti viene offerta come favore, revocabile in qualsiasi momento in cambio di obbedienza, non è protezione: è dipendenza. E la dipendenza, nella storia, non ha mai prodotto né sicurezza né dignità.
Trump vuole l’Età dell’Oro del Medio Oriente. La vuole in dollari, in joint venture, in contratti per la ricostruzione dei paesi che ha contribuito a distruggere. Nel frattempo il Libano brucia, Gaza è una rovina, l’Iran conta i morti, e l’Europa conta i profughi, i costi energetici, le rotte commerciali interrotte, i dazi sui suoi prodotti.
Si guadagneranno tanti soldi, dice Trump.
Noi no. Noi paghiamo sempre. Paghiamo le guerre che non abbiamo scelto, le tregue che escludono i paesi che ci interessano, le alleanze che funzionano in una direzione sola. Paghiamo in vite, in miliardi, in sovranità ceduta millimetro per millimetro nel nome di una solidarietà atlantica che si scopre, ogni volta, asimmetrica.
Basta pecore. Per rispetto verso noi stessi.
Meglio un giorno da leoni.
