L’ipotesi di un’azione militare americana contro la Groenlandia non è una bizzarria diplomatica, ma una linea rossa giuridica e morale. Un ordine del genere costituirebbe una guerra di aggressione, vietata dal diritto internazionale e punita come crimine di guerra. In quel caso, la vera lealtà dell’esercito degli Stati Uniti non sarebbe nell’obbedienza al comandante in capo, ma nel coraggio di dirgli no.

C’è un momento, raro ma decisivo, in cui la fedeltà alle istituzioni passa attraverso la disobbedienza. La minaccia – più volte evocata e mai realmente ritirata – di un’eventuale invasione militare della Groenlandia colloca l’esercito americano esattamente davanti a questo bivio. Non è una questione di opportunità strategica, né di realpolitik. È una questione di diritto, di morale e di civiltà giuridica.

La Groenlandia non è un territorio conteso, né una zona grigia del diritto internazionale. È territorio danese, appartenente a uno Stato sovrano, alleato degli Stati Uniti, membro della NATO. Non esiste alcuna aggressione in atto, alcuna minaccia imminente, alcuna base giuridica che possa anche solo lontanamente giustificare l’uso della forza. Invaderla significherebbe una sola cosa: guerra di aggressione. E, secondo il diritto internazionale, questo ha un nome preciso: crimine di guerra.

Lo stabilirono i processi di Norimberga, guidati da un procuratore americano, Robert H. Jackson, che mise nero su bianco un principio destinato a valere anche per i vincitori: i forti non possono impunemente imporre la loro volontà ai deboli. Né allora né oggi. Né in Europa orientale né nell’Artico. Il desiderio di “aggiungere territorio” – Lebensraum, lo chiamavano i nazisti – non è una giustificazione, ma un’aggravante.

È qui che il ruolo dell’esercito americano diventa cruciale. Non come strumento cieco del potere esecutivo, ma come custode dell’ordine giuridico che gli Stati Uniti stessi hanno contribuito a creare dopo il 1945. L’idea che un ordine presidenziale sia automaticamente legittimo è stata sepolta a Norimberga insieme alla difesa “stavo solo seguendo gli ordini”. Quel principio non è un dettaglio storico: è parte integrante del Codice Uniforme di Giustizia Militare e della dottrina operativa americana.

Un ordine manifestamente illegale non va eseguito. Va rifiutato. E va detto chiaramente, prima che qualcuno lo pronunci.

La dichiarazione recente di tre cardinali statunitensi, di ritorno da un incontro con Papa Leone XIV, ha avuto il merito di riportare la questione sul piano morale: la guerra non è uno strumento ordinario di politica nazionale, ma l’ultima risorsa in situazioni estreme. Ancora più esplicito è stato l’arcivescovo per i servizi militari, Timothy Broglio: disobbedire a un ordine che viola la coscienza e il diritto sarebbe moralmente accettabile. Ma affidare questo peso al singolo soldato è ingiusto. Il dovere di dire no spetta prima di tutto ai vertici.

Il presidente può essere comandante in capo, ma non è sovrano assoluto. La Costituzione americana, i trattati internazionali ratificati dagli Stati Uniti, la Carta delle Nazioni Unite, l’UCMJ: tutti pongono limiti chiari all’uso della forza. E questi limiti vincolano anche – soprattutto – il presidente. Come ricordò la Corte Suprema nel caso delle acciaierie durante la guerra di Corea, il ruolo di comandante in capo non conferisce il potere di fare “qualsiasi cosa, ovunque, con un esercito”.

Non esiste alcuna “foglia di fico” giuridica per la Groenlandia. A differenza di altre avventure militari del passato, qui non c’è neppure il pretesto della sicurezza nazionale immediata. Esiste solo una logica di forza, rivendicata apertamente da alcuni consiglieri: il mondo sarebbe governato dal potere, non dal diritto. È esattamente contro questa visione che l’ordine internazionale del dopoguerra è stato costruito. Ed è per difenderlo che l’esercito americano ha giurato fedeltà alla Costituzione, non a un uomo.

Se un ordine di invadere la Groenlandia arrivasse davvero sul tavolo del presidente dei Joint Chiefs of Staff o del comandante del Northern Command, la risposta dovrebbe essere ferma, rispettosa, inequivocabile: No, signore. Non per insubordinazione, ma per obbedienza a un ordine più alto: quello della legge, della coscienza e della storia.

Perché a Norimberga si è imparato una lezione che non ammette revisioni: il potere passa, le responsabilità restano. E chi oggi pensa di poter agire impunemente, domani potrebbe scoprire che il mondo non ha dimenticato.