Con Rudelli alla Prima Sezione, Peña Parra in Italia e Rajič alla Casa pontificia, il Papa imprime un ritmo più netto alla rimodulazione curiale.

A quasi un anno dall’elezione, Leone XIV prosegue il fisiologico riassetto della Curia romana che accompagna ogni nuovo pontificato. Ma nelle scelte di queste settimane si intravede già qualcosa di più di un semplice avvicendamento: una linea di governo sobria, istituzionale e affidata a profili di forte competenza, con una marcata attenzione alla preparazione canonistica.

C’è sempre un momento, in ogni pontificato, in cui il Papa smette di essere soltanto il volto nuovo della Chiesa e diventa anche il regista del suo governo. Quel momento, per Leone XIV, si sta facendo ormai nitido. Le nomine rese note nel Lunedì Santo — Paolo Rudelli nuovo sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato, Edgar Peña Parra trasferito come nunzio in Italia e San Marino, Petar Rajič chiamato alla Prefettura della Casa pontificia — non sono un episodio isolato, ma un tassello ulteriore di una rimodulazione fisiologica e insieme eloquente della Curia romana dopo l’elezione di un nuovo Pontefice. Le tre decisioni sono state ufficializzate dalla Sala Stampa della Santa Sede il 30 marzo 2026.  

Sarebbe un errore leggerle come semplice avvicendamento burocratico. La Curia non è un apparato impersonale, ma il luogo in cui ogni Papa imprime, poco alla volta, il proprio stile di governo, il proprio modo di intendere l’autorità, il rapporto tra centro e periferie, tra diplomazia e pastorale, tra norma e discernimento. E proprio qui appare un primo tratto del pontificato di Leone XIV: la scelta di figure esperte, sobrie, tecnicamente solide, con forte formazione canonistica e lunga familiarità con i meccanismi della Santa Sede. Non è un dettaglio secondario che anche in questo giro di nomine emerga, con rara continuità, il profilo del canonista. Più che una coincidenza, sembra una linea.  

La nomina di Paolo Rudelli a sostituto per gli Affari generali è, da questo punto di vista, particolarmente significativa. Il sostituto non è soltanto un alto funzionario: è, per così dire, il punto di raccolta dei dossier più delicati della vita quotidiana del Papa. È la figura che raccorda uffici, filtra urgenze, accompagna decisioni, custodisce il ritmo ordinario del governo pontificio. Portare lì un diplomatico che già conosce la Prima Sezione della Segreteria di Stato significa privilegiare non l’improvvisazione, ma la memoria istituzionale; non il gesto eclatante, ma la continuità operativa. La Curia, sotto Leone XIV, non pare avviata a una rivoluzione di facciata, bensì a una ricomposizione metodica.  

Anche lo spostamento di Edgar Peña Parra merita una lettura meno superficiale di quella che si fermerebbe alla sola casella lasciata libera. Il passaggio dalla funzione di sostituto alla nunziatura in Italia e San Marino non ha il sapore di un ridimensionamento, ma di un impiego strategico. La nunziatura in Italia è una sede di eccezionale rilievo ecclesiale e politico, perché tocca il rapporto vivo tra la Sede Apostolica, l’episcopato italiano e le istituzioni della Repubblica. Inviare lì un uomo che ha conosciuto dall’interno il cuore della macchina vaticana significa voler stringere ancora di più il legame tra la Santa Sede e la Chiesa italiana, in un tempo in cui il nesso tra Roma e le Chiese locali torna a essere decisivo. Non sorprende, in questo senso, il tono caloroso con cui il cardinale Matteo Zuppi ha salutato la nomina, leggendo in essa un segno di attenzione premurosa del Papa verso la Chiesa che è in Italia.  

Quanto a Petar Rajič, chiamato a guidare la Prefettura della Casa pontificia, la scelta ha quasi un valore simbolico. La Casa pontificia non è una semplice anticamera cerimoniale: è il luogo in cui si regola l’accesso al Papa, si organizza la forma pubblica degli incontri, si governa il delicatissimo confine tra il ministero petrino e la sua rappresentazione istituzionale. Affidarla a un nunzio di vasta esperienza, abituato a contesti differenti e complessi, vuol dire riconoscere che anche la prossimità al Papa richiede oggi misura diplomatica, capacità di filtro e intelligenza delle relazioni.  

Il punto, però, è ancora più profondo. Dopo quasi un anno di pontificato, Leone XIV sembra mostrare una convinzione precisa: la riforma della Curia non passa soltanto attraverso nuove strutture, ma attraverso uomini capaci di dare affidabilità alle strutture esistenti. È una linea meno spettacolare di altre, ma forse più incisiva. Dopo anni in cui la parola “riforma” è stata spesso associata all’idea di discontinuità, il nuovo Papa sembra preferire una grammatica diversa: quella della competenza, della tenuta giuridica, dell’equilibrio tra universalità ecclesiale e disciplina istituzionale.

In questo si avverte forse anche qualcosa della sua biografia e della sua mentalità ecclesiale. Leone XIV non appare come un pontefice attratto dal protagonismo dei gesti isolati, ma come un uomo di governo che sa quanto la credibilità della Chiesa, soprattutto in tempi di fragilità istituzionale, dipenda anche dalla qualità silenziosa delle sue scelte interne. La Curia, del resto, non è mai neutra: può diventare freno, opacità, auto-conservazione; oppure può tornare a essere strumento limpido del ministero petrino. Tutto dipende da chi la guida e dal criterio con cui viene composta.

Per questo le nomine del Lunedì Santo hanno anche una loro sobria eloquenza spirituale. Mentre la Chiesa entra nella settimana in cui contempla Cristo servo, il Papa ritocca i gangli del governo centrale con decisioni che parlano di servizio, responsabilità, successione degli incarichi, passaggio del testimone. Non c’è nulla di trionfale in tutto questo. C’è, piuttosto, la consapevolezza che il governo ecclesiale, come ogni autentico ministero, vive di continuità e di distacco: si entra in un ufficio, si serve, si lascia ad altri il tratto successivo del cammino.

Alla fine, è proprio questa la cifra che emerge. Leone XIV sta dando la sua impronta alla “macchina” vaticana, ma lo fa senza rumore, senza teatralità, senza l’ansia di segnare rotture artificiali. È la fisiologia di un nuovo pontificato, certo. Ma è anche qualcosa di più: il tentativo di restituire alla Curia romana il volto di una struttura meno autoreferenziale e più ordinata, meno esibita e più affidabile, meno segnata dall’eccezione e più dalla responsabilità. In tempi ecclesiali spesso dominati dal commento istantaneo, non è poco. È, anzi, già uno stile.

Le nomine rese note dalla Santa Sede non sono soltanto un passaggio fisiologico del dopo-conclave. Dicono anche il modo in cui Leone XIV sembra intendere il governo della Chiesa: meno esposizione, più affidabilità; meno enfasi sulle rotture, più cura della continuità istituzionale.