Elzeviro sul discorso di Leone XIV al Corpo diplomatico (9 gennaio 2026)
Ci sono discorsi che nascono per protocollo e finiscono per diventare radiografie del tempo. L’incontro annuale del Papa con il Corpo diplomatico, tradizione sobria della Santa Sede, quest’anno – con Leone XIV da pochi mesi “chiamato a pascere il gregge di Cristo” – ha assunto la forma di una meditazione civile e spirituale insieme, quasi un esercizio di lucidità morale in un’epoca che sembra aver smarrito il pudore della guerra e la grammatica della pace.
Nell’Aula della Benedizione, il Papa ha fatto ciò che la diplomazia spesso evita: ha chiamato le cose per nome. Ha ringraziato Roma e l’Italia per la fatica dell’ospitalità giubilare, ha ricordato con delicatezza la morte di Papa Francesco e la folla raccolta come attorno a un padre, ha evocato la storia recente – le Porte Sante, i milioni di pellegrini – come segno che, anche nel mondo dei calcoli, esiste un popolo capace di muoversi per una speranza. Ma poi ha spostato il baricentro: dal cerimoniale alla sostanza, dall’evento alla diagnosi.
Il cuore del discorso è un’intuizione agostiniana, che il Papa riprende dal De Civitate Dei, nato nel trauma del sacco di Roma del 410. È una scelta di stile e di sostanza. Stile: perché Leone XIV colloca la politica dentro una visione della storia più grande dei suoi titoli di cronaca. Sostanza: perché Agostino non è un orpello erudito, ma un antidoto contro le “narrazioni” tossiche che, ieri come oggi, trasformano la paura in ideologia. Allora si diceva: “con il Dio dei cristiani Roma non è più sicura”; oggi si ripete, con altri idoli, lo stesso meccanismo: se cade una certezza, bisogna trovare un colpevole e costruire un racconto che giustifichi la forza.
La coppia concettuale delle due città – amor Dei e amor sui, amore di Dio e orgoglio di sé – nel discorso del Papa diventa una lente per leggere il nostro riassetto globale. Non per contrapporre Chiesa e Stato, cielo e terra, ma per ricordare che le istituzioni, dalla famiglia alle organizzazioni internazionali, dipendono da qualcosa che i trattati non possono produrre: l’orientamento del cuore umano. La storia non è un ingranaggio neutro. È responsabilità. E la responsabilità, nella prospettiva cristiana, è sempre anche interiore.
Da qui la diagnosi più dura: la debolezza del multilateralismo e il ritorno della “diplomazia della forza”. Il Papa descrive un mondo in cui la guerra “è tornata di moda” e il principio – costruito sulle macerie della Seconda guerra mondiale – del rispetto dei confini viene infranto con disinvoltura. La pace non è più desiderata come bene in sé, ma ridotta a condizione per l’affermazione di un dominio. E allora la parola “pace” cambia sapore: non indica più la “tranquillità dell’ordine” di cui parla Agostino, ma l’intervallo tra un’offensiva e l’altra, o la resa dell’altro.
E tuttavia l’elemento più originale del discorso non è la denuncia delle guerre – Ucraina, Terra Santa, Haiti, Sahel, Sudan, Myanmar, Venezuela, tensioni nell’Asia orientale, nel Mar dei Caraibi e lungo il Pacifico – quanto la sua spiegazione del terreno su cui oggi la pace si perde: il linguaggio. Leone XIV insiste su un punto che sembra marginale, ma è decisivo: se le parole diventano fluide, se i concetti si fanno ambigui, la realtà stessa diventa opinabile e, in ultima istanza, incomunicabile. È allora che, come dice Agostino, due uomini possono stare insieme e intendersi meno di quanto si intendano due animali. Non per mancanza di natura comune, ma per assenza di lingua condivisa.
Il Papa fotografa così un paradosso che conosciamo bene: l’indebolimento della parola viene talora rivendicato in nome della libertà di espressione, ma produce il contrario della libertà. La parola sganciata dalla verità non libera: arma, inganna, colpisce. E proprio nella piega di questa ambiguità semantica – “dal sapore orwelliano”, dice il Papa – si insinuano nuove forme di esclusione: la libertà di coscienza diventa sospetta, l’obiezione di coscienza viene letta come ribellione, la libertà religiosa come concessione e non come diritto originario. Perfino l’architettura dei diritti rischia un “corto circuito”: alcuni diritti vengono invocati contro altri, finché resta in piedi soltanto il diritto del più forte.
È in questo quadro che Leone XIV inserisce, senza elusioni, i grandi nodi antropologici: vita nascente, maternità surrogata, eutanasia, palliative, dipendenze giovanili, dignità dei migranti, dei detenuti, rifiuto della pena di morte. Non li tratta come “temi” da agenda confessionale, ma come cartine di tornasole della civiltà. Una società, suggerisce, non si misura dalla quantità di opzioni che offre, ma dalla capacità di proteggere i fragili senza trasformarli in oggetti, problemi o scarti.
E poi c’è l’ultima curva, quella che dà unità a tutto: la pace come lavoro del cuore. Il Papa torna ad Agostino: all’origine dei conflitti c’è sempre una radice di orgoglio, una distorsione del reale che genera paura e aggressione. L’orgoglio, più che la cattiveria, è il grande corrosivo: toglie realismo, spegne empatia, trasforma il prossimo in minaccia. Se la città terrena pretende di essere l’unica città, se rifiuta “diritto di cittadinanza” alla città di Dio, allora la politica si riduce a tecnica di potere e la pace a risultato di deterrenza.
Per questo, in un discorso al Corpo diplomatico, Leone XIV osa pronunciare parole che non appartengono al lessico ministeriale, ma che sono le vere condizioni della pace: umiltà e perdono. L’umiltà della verità e il coraggio del perdono. Non sono ingenuità. Sono realismo teologico e antropologico. Senza queste due virtù, la diplomazia diventa amministrazione di rancori; e la politica, gestione di paure.
Alla fine, sorprende che un Papa, parlando a uomini e donne di Stato, richiami la memoria degli Accordi di Dayton, il gesto di una dichiarazione congiunta tra Armenia e Azerbaigian, i germogli difficili di una distensione possibile. È come se dicesse: la pace non è un’utopia; è rara, faticosa, fragile, ma reale. Va coltivata. E per coltivarla bisogna tornare a ciò che oggi manca più delle risorse: un linguaggio vero, un diritto rispettato, un multilateralismo credibile, un cuore disarmato.
Ecco perché, quasi in coda, Francesco d’Assisi appare come sigillo: non icona romantica, ma criterio politico. Il santo disarmato non è un simbolo ingenuo; è l’immagine di una libertà che non ha bisogno di vincere per esistere. In un tempo che parla troppo e intende poco, Leone XIV affida ai diplomatici – e a noi – una responsabilità inattesa: ridare alle parole il loro peso, perché senza parole vere non ci sono patti, e senza patti non c’è pace.
In fondo, il suo discorso dice questo: prima ancora delle armi, ciò che sta cedendo è la lingua comune dell’umano. E quando la lingua crolla, la guerra trova sempre una strada. Ma quando la parola si riallaccia alla verità, perfino il mondo può ricominciare a intendersi.
