L’appello alla pace di una madre israeliana
C’è una parola che Rachel Goldberg-Polin, la madre di Hersh, un giovane ucciso da Hamas nella strage del 7 ottobre 2023, ha pronunciato in un’intervista e che non riesce ad andarsene via dalla mente: competizione. «Non c’è competizione nel dolore», ha detto questa madre americana che il 7 ottobre 2023 ha visto suo figlio Hersh trascinato a Gaza da uomini armati, e che undici mesi dopo ha dovuto imparare a vivere con la notizia che non tornava più. Non c’è competizione nel dolore. Una frase così semplice da sembrare ovvia, così rara da essere rivoluzionaria.
Viviamo in un’epoca che ha trasformato la sofferenza in moneta di scambio politico. Ogni dolore viene pesato sulla bilancia del conflitto: conta se serve la narrazione, vale se rafforza una tesi, esiste se appartiene alla parte giusta. Il lutto degli innocenti è diventato argomento di dibattito, la morte dei civili una statistica da maneggiare secondo convenienza. In questo mercato del sangue, una madre che ha perso il figlio si alza e dice: le lacrime sono tutte uguali. Non quelle degli ostaggi israeliani contro quelle dei civili di Gaza. Tutte. Uguali. Senza gerarchia, senza graduatoria, senza il cartellino del prezzo.
Rachel Goldberg-Polin guarda alla Pasqua ebraica — Pesach, «passaggio», che quest’anno cade dal 2 al 9 aprile — e richiama un racconto del Talmud di straordinaria finezza morale. Quando le acque del Mare dei Giunchi si richiudono sugli egiziani che inseguono il popolo in fuga, gli angeli del cielo si mettono a cantare. Dio li rimprovera: «Anche loro sono mie creature». Non si gioisce per la morte del nemico. Il Libro dei Proverbi lo ribadisce: quando il tuo nemico cade, non gioire. È una teologia della misericordia radicale che non aspetta la simmetria — che non dice «gioirei se anche voi non gioiste» — ma che pone la vita altrui come sacra prima di ogni calcolo.
Questa è la saggezza che Goldberg-Polin invoca quando chiede che «noi, figli di Dio, da ogni parte, sappiamo usare la saggezza che ci è stata donata per trovare soluzioni giuste e sacre ai nostri conflitti». L’aggettivo sacre non è retorico: è programmatico. Sacra è la soluzione che non può essere costruita sul cadavere di un innocente, che non si legittima col sangue versato, che riconosce nell’altro — nemico compreso — la creatura fatta a immagine dello stesso Dio.
C’è qualcosa di antico e potente nel gesto di questa donna. Ella appartiene a una lunghissima genealogia di madri che il dolore non ha chiuso ma aperto, che la perdita non ha reso più piccole ma più vaste. Come Rachele biblica che piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata — «un grido si leva in Rama», dice il profeta Geremia — Rachel Goldberg-Polin ha trasformato il lutto privato in parola pubblica, la ferita personale in testimonianza universale. Ha girato il mondo, ha parlato alle Nazioni Unite, ha incontrato capi di Stato e il Papa, non per vendetta ma per — come lei stessa ripete — ricordare a chi governa che dietro ogni numero ci sono nomi, facce, madri che aspettano.
Eppure, nonostante i premi, le copertine, i riconoscimenti — Usa Today l’ha appena inserita tra le Donne dell’Anno 2026, il Time l’aveva già scelta tra le cento persone più influenti del 2024 — ciò che colpisce di più non è la notorietà raggiunta ma l’umiltà con cui la porta. Rachel non parla da tribuna. Parla da ferita. E quando una ferita parla, ha un’autorità che nessun microfono può conferire e nessun podio può togliere.
Il 21 aprile uscirà la sua autobiografia, When We See You Again — «quando ti rivedremo». Un titolo che è una promessa rivolta al figlio morto e insieme, forse, a un mondo migliore che tarda ma non smette di essere sognato. Rivedere. Non nel senso del recupero impossibile, ma in quello della visione rinnovata: riuscire a vedere di nuovo, attraverso il buio, che cosa merita di essere salvato.
«Che possiamo tutti essere benedetti con guarigione, conforto, speranza e luce», chiude Rachel Goldberg-Polin. «Che sia… oggi». Quel puntino di sospensione prima di oggi vale più di mille discorsi. È la pausa di chi sa che la speranza non è certezza, ma che smettere di sperare è l’unica sconfitta definitiva. In un Medio Oriente che brucia e in un mondo che ha dimenticato come si piange insieme, quella pausa è forse la preghiera più onesta che si possa fare.
Le lacrime non hanno frontiere. Lo sappiamo da sempre. Lo dimentichiamo ogni giorno. Ci vuole una madre che ha perso un figlio per ricordarcelo.
