Fino a quando le munizioni degli USA dureranno con tanti teatri di guerra aperti?

C’è una notizia, sepolta tra i comunicati militari di questa settimana, che vale più di mille analisi geopolitiche. Non riguarda obiettivi colpiti, non riguarda vittime, non riguarda dichiarazioni presidenziali. Riguarda i magazzini. I magazzini delle munizioni americane si stanno svuotando.

Pete Hegseth, Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, ha dichiarato pubblicamente che non c’è alcun problema di scorte. Il giorno prima lo aveva detto anche il capo di stato maggiore Dan Caine. Il giorno prima ancora lo aveva scritto Trump in persona sul suo social network — aggiungendo però, in un momento di involontaria onestà, che le munizioni di alto livello «non sono dove vorremmo». In una sessione a porte chiuse con i legislatori, gli stessi Hegseth e Caine hanno ammesso che i droni iraniani Shahed rappresentano «un problema più grande del previsto».

Quando tre persone consecutive smentiscono la stessa cosa, quella cosa esiste.

L’economia della distruzione.

Fermiamoci un momento sui numeri, perché i numeri in questo caso parlano una lingua morale precisa.

Un drone Shahed iraniano costa qualche decina di migliaia di dollari. Un missile intercettore americano dei sistemi Patriot o THAAD costa milioni. L’Iran ne lancia a migliaia. Per fermarli, gli Stati Uniti devono rispondere con missili che costano cento volte di più. È come se qualcuno ti lanciasse sassi e tu dovessi rispondere con lingotti d’oro: puoi vincere il singolo scontro, ma stai perdendo l’economia della guerra.

Questo squilibrio non è un dettaglio tecnico-militare. È una questione strutturale che illumina qualcosa di fondamentale sulla natura del conflitto moderno: la guerra asimmetrica non si vince con la superiorità tecnologica, si vince con la capacità di resistere più a lungo dell’avversario. E la resistenza, alla lunga, non dipende dai missili. Dipende dalla volontà politica, dalla tenuta economica, dalla coesione sociale — cose che non si producono nelle fabbriche della difesa.

I produttori americani di intercettori ne producono meno di cento all’anno per i sistemi THAAD. I piani di espansione prevedono di arrivare a quattrocento in tempi lunghi. Nel frattempo, l’Iran produce droni in serie, a costi irrisori, con una catena di approvvigionamento distribuita e difficilmente colpibile. Come ha detto con spiazzante franchezza Tom Karako del CSIS: «producono molti più missili e droni di quanti ne possiamo costruire».

Il paradosso ucraino.

Ma è qui che la storia assume i contorni di una commedia tragica degna di Ionesco.

Donald Trump ha trascorso mesi a umiliare Zelensky, a definire l’Ucraina un peso, a tagliare gli aiuti militari, a trattare Kiev come un fastidio da liquidare. Ebbene: a pochi giorni dall’inizio dell’Operazione Epic Fury, la Casa Bianca ha chiesto all’Ucraina aiuto. Aiuto specifico, tecnico, operativo — nella protezione contro i droni Shahed, gli stessi che l’Ucraina conosce bene perché la Russia gliene ha lanciati addosso a migliaia negli ultimi tre anni.

Zelensky ha risposto con una sportività che rasenta la santità: «L’Ucraina aiuta i partner che ci aiutano». E ha mandato i suoi specialisti.

C’è una giustizia narrativa in questo capovolgimento che lascia senza parole. Il Paese che Trump aveva praticamente abbandonato al suo destino — accusando Biden di aver «sperperato» le munizioni americane mandandole a Kiev — diventa ora il fornitore di know-how indispensabile per la guerra che Trump stesso ha scelto di fare. La storia, a volte, ha il gusto beffardo di un salmo di sapienza.

Otto settimane.

Hegseth ha parlato di «otto settimane». È il termine che il Pentagono ha evocato per la durata dell’operazione. Otto settimane di guerra ad alta intensità nel Golfo Persico, con missili da milioni di dollari lanciati a centinaia, con lo Stretto di Hormuz chiuso, con il petrolio che schizza, con gli alleati regionali che iniziano a vedere «basse le loro riserve di intercettatori».

Otto settimane. Cinquantasei giorni. È un’eternità per chi vive sotto le bombe. È un’eternità per i civili iraniani. È un’eternità per i marinai nelle portaerei del Golfo. Ed è, sul piano morale, un dato che la teologia della guerra giusta non può ignorare.

Uno dei criteri classici della guerra giusta — elaborati da Agostino, precisati da Tommaso d’Aquino, codificati nel Catechismo — è la proporzionalità: i danni e i mali causati dalla guerra non devono essere sproporzionati rispetto al male che si intende eliminare. Un altro criterio è la ragionevole probabilità di successo: non si può avviare una guerra che non si è in grado di concludere con i mezzi a disposizione.

Il fatto che il capo di stato maggiore americano avesse espresso preoccupazione — prima dell’attacco — per la capacità di rifornire gli arsenali nel caso di un conflitto prolungato non è un dettaglio. È la confessione implicita che uno dei criteri fondamentali della guerra giusta era già compromesso al momento della decisione. Si è scelto di fare la guerra sapendo di non avere abbastanza munizioni per farla bene. Poi si è smentito pubblicamente chi lo diceva.

I costi per gli USA

L’intervento militare in Iran rischia di pesare in modo rilevante sui conti pubblici degli Stati Uniti. Una valutazione del Center for Strategic and International Studies (CSIS), ripresa dalla CNN, stima che le prime 100 ore della campagna contro Teheran siano costate circa 3,7 miliardi di dollari, cioè oltre 890 milioni al giorno. Solo una quota ridotta rientrerebbe nelle voci già previste dal budget del Pentagono: circa 196 milioni come costi operativi; più di 3,5 miliardi, invece, non risulterebbero al momento coperti e potrebbero rendere necessario un nuovo passaggio al Congresso per ulteriori stanziamenti. Le stime, peraltro, si basano su dati parziali, perché il Dipartimento della Difesa avrebbe diffuso aggiornamenti più limitati rispetto a precedenti operazioni in Medio Oriente. In generale, i costi vengono attribuiti a tre capitoli: condotta delle operazionimunizionamento impiegato e perdite/danni di equipaggiamenti.

Operazioni aeree e navali

La componente aerea sarebbe la spesa quotidiana più consistente. Secondo il CSIS, alla campagna parteciperebbero oltre 200 aerei, inclusi velivoli stealth F-35 e F-22, insieme a F-15F-16A-10 e ai caccia imbarcati sulle portaerei. Il solo impiego degli aerei basati a terra avrebbe comportato circa 125,2 milioni di dollari nelle prime 100 ore, con un ritmo di spesa di circa 30 milioni al giorno.

Anche l’apparato navale ha dimensioni importanti: due portaerei14 cacciatorpediniere e tre navi da combattimento costiero tra Golfo Persico, Mar Arabico e Mediterraneo orientale. Il funzionamento della flotta nelle prime 100 ore viene stimato in 64,5 milioni di dollari, con un costo aggiuntivo di circa 15,4 milioni per ogni giorno di operazioni.

Munizioni: il capitolo più oneroso

La voce più pesante, però, sarebbe quella del munizionamento, che da sola arriverebbe a circa 3,1 miliardi di dollari. In meno di quattro giorni gli Stati Uniti avrebbero impiegato oltre 2.000 ordigni, tra Tomahawk, missili aria-terra e bombe guidate. Nella fase iniziale avrebbero prevalso sistemi a lungo raggio (più costosi), mentre con l’erosione delle difese aeree iraniane si sarebbe iniziato un passaggio graduale verso munizioni meno care, come le JDAM.

Una parte significativa della spesa riguarda anche la difesa da missili e droni. Secondo il Pentagono, l’Iran avrebbe lanciato circa 500 missili balistici e 2.000 droni. Il costo degli intercettori usati nelle prime 100 ore viene stimato attorno a 1,7 miliardi di dollari, anche se una quota rilevante dello sforzo difensivo sarebbe stata sostenuta pure da partner regionali come Qatar, Bahrain, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti.

La fabbrica come teologia.

C’è però una domanda ancora più profonda, che questo articolo sulle munizioni pone senza saperlo.

Venerdì scorso — il giorno stesso in cui scrivo — la Casa Bianca ha ospitato una riunione con i responsabili delle principali industrie della difesa per accelerare la produzione. Si discute di portare da seicento a duemila i missili Patriot prodotti ogni anno. Si discute di moltiplicare gli intercettori THAAD. Si discute, in sostanza, di investire miliardi di dollari pubblici nella costruzione di strumenti di morte — con contratti pluriennali che vincolano l’economia americana alla guerra come condizione strutturale, non come emergenza temporanea.

È la logica che Eisenhower — un generale, non un pacifista — aveva denunciato nel 1961 con il concetto di complesso militare-industriale: quel sistema per cui le industrie della difesa hanno interesse economico alla guerra continuata, i politici hanno interesse elettorale a mostrarsi forti, e i militari hanno interesse istituzionale all’espansione dei budget. Tre interessi convergenti che producono, come risultato sistemico, la guerra come normalità.

Giovanni XXIII nella Pacem in Terris — sessantatré anni fa, ma sembra scritto ieri — aveva denunciato esattamente questa spirale: «La pace non è la semplice assenza della guerra… La vera pace si fonda sulla giustizia, sull’amore, sulla libertà.» E aveva aggiunto che la corsa agli armamenti non garantisce sicurezza: consuma risorse che dovrebbero andare ai poveri, alimenta la sfiducia reciproca, rende la guerra più probabile invece di meno.

Oggi quelle risorse — i miliardi che si discute di investire per produrre duemila Patriot all’anno invece di seicento — sarebbero sufficienti a finanziare per anni l’intera risposta umanitaria al Sud Sudan, a ricostruire l’ospedale di Abyei colpito dagli aerei, a dare acqua pulita a decine di milioni di persone in Africa subsahariana.

Non lo dico come argomento contro la difesa nazionale. Lo dico come promemoria di una gerarchia di valori che il dibattito pubblico ha completamente espunto dal suo vocabolario.

La fine delle munizioni non è la fine della guerra.

La cosa più inquietante di questa storia non è che le munizioni stiano finendo. È che la risposta sia: produciamo più munizioni. Non: chiediamoci se questa guerra era necessaria. Non: esploriamo vie d’uscita diplomatiche. Non: valutiamo il costo umano di otto settimane di conflitto ad alta intensità.

La logica della guerra, una volta innescata, produce la propria inerzia. Si va avanti perché fermarsi sembra una sconfitta. Si produce di più perché fermare la produzione sembra debolezza. Si nega il problema delle scorte perché ammettere il problema sembrerebbe cedimento.

È la stessa logica che Parolin aveva denunciato parlando di «spirale della violenza». La spirale non è una metafora. È una descrizione meccanica precisa: ogni giro richiede il giro successivo, ogni escalation rende più costosa la de-escalation, ogni bomba lanciata crea le condizioni per la bomba che risponde.

Rompere questa spirale non è debolezza. È l’unico atto di forza reale in un mondo che ha confuso la potenza di fuoco con il potere vero.

Le bombe finiscono. La pace no.

Ma bisogna volerla cercare, la pace. Prima che finiscano anche le ragioni per farlo.