Un missile israeliano cade su una scuola di bambine. Tragedia fra civili iraniani innocenti.
Nel caos di raid e rappresaglie, il punto fermo non sono le voci sulla sorte di Khamenei — morto, ferito o solo sparito dalla scena — ma i corpi civili: le studentesse colpite in una scuola iraniana. E mentre Teheran smentisce l’annunciato intervento tv, l’assenza del leader diventa già un fatto: una morte politica che alimenta panico, propaganda e resa dei conti.
C’è un punto, nelle notti di guerra, in cui la geopolitica smette di sembrare un gioco di scacchi e torna a essere ciò che è sempre stata: la frantumazione di corpi piccoli, la corsa cieca verso un corridoio, lo sguardo di una madre che non riesce più a contare.
Oggi l’Iran è entrato in quel punto. Nelle cronache concitate dell’operazione congiunta attribuita a Israele e Stati Uniti, accanto alle mappe dei bersagli “strategici” e alle formule ripetute (“preventivo”, “esistenziale”, “deterrenza”), si è aperto uno squarcio che non dovrebbe mai diventare una nota a piè di pagina: una scuola femminile colpita a Minab, nel sud del Paese, con un numero di vittime e feriti che le autorità locali e i media stanno aggiornando in modo discordante, ma comunque terribile. Bambine e ragazze. La parte più disarmata di ogni popolo.
In un conflitto, i civili non “capitano” nel mezzo: ci stanno sempre, perché le città non sono scacchiere; sono case, scuole, ospedali, mercati. E quando la notizia è una scuola, il linguaggio militare dovrebbe cedere, per decenza, a un silenzio che pesa più di qualunque comunicato. Non è solo un “danno collaterale”: è una ferita simbolica, un messaggio involontario o calcolato che segna generazioni. Le bambine non hanno “valore strategico”. Hanno un nome, un quaderno, una sedia spostata in fretta, una vita intera davanti. E proprio per questo diventano il termometro morale della storia: quando muoiono loro, muore qualcosa anche nella lingua con cui cerchiamo di giustificare.
Nel frattempo, al vertice del potere iraniano si addensa un altro tipo di vuoto: quello della presenza. Le notizie sulla sorte della Guida suprema si inseguono, rimbalzano da fonti diverse, vengono rilanciate e smentite. C’è chi sostiene che sia morto e che il corpo sia stato recuperato; c’è chi parla di “segnali” e di “alta probabilità”; c’è chi, da Teheran, frena, nega, invita ad attenersi ai canali ufficiali, e intanto il discorso televisivo annunciato viene smentito o rinviato.
In questa babele, la prudenza è un dovere: finché non c’è conferma verificabile, ogni formula perentoria rischia di essere propaganda. Ma proprio qui sta il punto più interessante – e più inquietante – della giornata: la politica, diversamente dalla biologia, conosce una morte che può avvenire anche senza certificato. Se un leader non appare, se non parla, se non governa visibilmente, se la sua immagine viene sospesa e la sua voce sostituita da “fonti” e “funzionari”, quella assenza diventa un fatto politico. È una morte di autorità, un’eclissi del comando, una frattura nel patto simbolico su cui si regge un regime che, per definizione, vive di verticalità e di sacralizzazione del potere.
Un capo nascosto è sempre un capo indebolito. Non perché la clandestinità non sia, in certi frangenti, una misura di sicurezza, ma perché – in un sistema che pretende obbedienza – il potere è anche liturgia: apparire, nominare, rassicurare, minacciare, benedire, ordinare. Se quella liturgia si interrompe, il vuoto si riempie di voci. E le voci, in guerra, sono più esplosive dei missili. La “morte politica” nasce così: non dalla fine del corpo, ma dalla fine della scena.
C’è poi un passaggio ulteriore, che riguarda noi spettatori occidentali e mediorientali insieme. Quando le cronache iniziano a registrare “applausi alle finestre” o segni di giubilo in alcuni quartieri, il rischio è scambiare la pulsazione istantanea di una città per un plebiscito storico. Anche qui: prudenza. Gli applausi possono essere reali, e possono anche essere il gesto disperato di chi spera in un varco; ma possono essere amplificati, strumentalizzati, trasformati in prova di una narrativa già scritta. La realtà, quasi sempre, è più complessa: un popolo può detestare un regime e temere il caos che segue; può desiderare libertà e tremare davanti alle macerie; può sperare in un futuro diverso senza volere che quel futuro passi attraverso le tombe delle proprie figlie.
È qui dobbiamo inchiodare le parole a un punto fermo: la protezione dei civili non è una variabile della strategia, è il minimo morale e giuridico. Lo hanno ricordato in queste ore anche le Nazioni Unite, richiamando le parti alla cessazione delle ostilità e alla necessità di evitare un’ulteriore escalation che travolga le popolazioni.
E allora, mentre si discute di “industria missilistica”, di “programma nucleare”, di “corridoi marittimi” e di “basi nel Golfo”, resta una domanda che non ha bisogno di esperti: che cosa diventa un Paese quando la sua scuola si trasforma in obitorio? Che cosa diventa un popolo quando la notte gli ruba le figlie? E che cosa diventa una vittoria – qualunque vittoria – se per arrivarci si attraversa, ancora una volta, la stanza dei bambini?
Forse la verità più dura, stasera, è che la guerra non aspetta mai le conferme. Le notizie su Khamenei potranno chiarirsi o smentirsi; la sua sorte biologica potrà essere verificata, o resterà ambigua. Ma la sorte di quelle ragazze – qualunque sia il numero definitivo, qualunque sia la contabilità finale – è già un fatto. Ed è un fatto che giudica tutti: chi ha ordinato, chi ha eseguito, chi ha provocato, chi ha risposto, chi ha applaudito, chi ha taciuto, chi ha trasformato la morte in un titolo.
Se davvero la Guida suprema fosse scomparsa, o se fosse soltanto ferita e costretta al silenzio, la “morte politica” starebbe comunque lì, nel suo nascondersi: la prova che un regime può perdere la sua aura prima ancora di perdere i suoi uomini. Ma la morte vera, quella senza metafore, oggi ha il volto delle bambine. E a quel volto non si dovrebbe mai rispondere con una conferenza stampa.
